OpenAI ha ufficialmente concluso un’operazione di riacquisto di azioni proprie (buyback) del valore di circa 7 miliardi di dollari, permettendo a dipendenti attuali ed ex dipendenti di liquidare parte delle loro quote. La mossa, condotta impiegando direttamente le riserve di cassa della società piuttosto che ricorrere a capitali di investitori esterni, ha permesso al colosso dell’intelligenza artificiale di mantenere invariata la sua colossale valutazione di 852 miliardi di dollari, la medesima fissata lo scorso marzo.
Questo evento di liquidità, pur gratificando il personale, nasconde tuttavia una realtà strategica ben più complessa: la tanto attesa Offerta Pubblica Iniziale (IPO) di OpenAI potrebbe non essere così imminente come il mercato si aspettava.
A differenza delle precedenti finestre di liquidità organizzate in passato e finanziate da giganti del venture capital come Thrive Capital o SoftBank, questa volta OpenAI ha agito come controparte diretta. Sostenere internamente la spesa di 7 miliardi di dollari serve a due scopi fondamentali. Da un lato, semplifica e stabilizza la struttura azionaria (cap table) evitando l’ingresso di nuovi fondi secondari prima del debutto a Wall Street. Dall’altro, cristallizza il prezzo delle azioni sul mercato privato senza doversi sottoporre a una nuova negoziazione per la scoperta del prezzo con acquirenti terzi, difendendo di fatto la propria valutazione.

L’8 giugno 2026 OpenAI ha depositato in via confidenziale il modulo S-1 presso la SEC (l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa), avviando formalmente l’iter per la quotazione. Tuttavia, ai vertici dell’azienda si sta consumando un acceso dibattito sulle tempistiche. Da un lato c’è il CEO Sam Altman, che ha spinto forte per un debutto fulmineo in autunno, puntando a stabilire un “pavimento” (floor) di valutazione storico pari a 1 trilione di dollari. Dall’altro lato, la Chief Financial Officer Sarah Friar ha suggerito ai vertici di rinviare la quotazione quantomeno al 2027.
La prudenza della Friar è dettata da numeri implacabili e da un cash burn (bruciatura di cassa) massiccio. Sebbene i ricavi abbiano raggiunto l’impressionante ritmo annualizzato (run-rate) di 24-25 miliardi di dollari, i costi infrastrutturali per il calcolo e l’addestramento dei modelli rimangono insostenibili nel breve termine. Nel solo primo trimestre del 2026, l’azienda ha bruciato ben 3,7 miliardi di dollari di liquidità a fronte di 5,7 miliardi di entrate. Si prevede inoltre che OpenAI chiuderà il 2026 con perdite operative vicine ai 14 miliardi di dollari. A complicare il quadro ci sono le recenti turbolenze borsistiche di colossi analoghi, come SpaceX sbarcata sui listini a giugno, che hanno spinto i consulenti bancari a predicare massima cautela sulle alte valutazioni.
Come se non bastasse, sulle ambizioni di borsa di OpenAI aleggia l’agguerrita concorrenza di Anthropic. L’azienda rivale ha depositato il proprio S-1 il 1° giugno e sembra intenzionata a sbarcare a Wall Street tra settembre e ottobre 2026, con una valutazione mirata di oltre 900 miliardi di dollari. Il grande vantaggio competitivo di Anthropic è la narrazione finanziaria: documenti trapelati indicano che l’azienda sia già entrata in zona di redditività operativa nel primo trimestre dell’anno, potendo quindi presentarsi agli investitori istituzionali con conti decisamente più rassicuranti.

Oltre alla concorrenza e ai bilanci in rosso, OpenAI deve stabilizzare i suoi recenti cambiamenti strutturali. La società si è convertita alla fine del 2025 in una Public Benefit Corporation (PBC), una mossa sottoposta alla rigida supervisione dei procuratori generali statali per garantire che la fondazione no-profit mantenga sempre il controllo e persegua il benessere dell’umanità al di sopra dei puri interessi azionari. Ad aprile, inoltre, ha dovuto rinegoziare lo storico accordo con Microsoft, eliminando l’esclusività cloud su Azure per poter collaborare liberamente anche con AWS o Google Cloud.
Alla luce di questo intricato contesto, il buyback da 7 miliardi si rivela non solo uno strumento di gratificazione per i dipendenti e un antidoto contro il fuggi fuggi post-IPO, ma soprattutto una tattica vitale per guadagnare tempo. Alleviando la pressione interna sulla liquidità, OpenAI si riserva la flessibilità necessaria per assestare i propri conti, arginare l’avanzata di Anthropic e prepararsi al meglio allo scontro definitivo con il mercato pubblico.





