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Accordo a un passo tra Iran e Oman sullo Stretto di Hormuz, ma Teheran frena: “Nessuna riapertura senza la resa degli USA”

Ago 9, 2026 | Geo/Politica

L’Iran e l’Oman sono “molto vicini” a un accordo storico per definire una nuova rotta di transito marittimo nello Stretto di Hormuz. A rivelarlo è un dispaccio dell’agenzia Bloomberg, che ha immediatamente riacceso sui mercati le speranze per la fine del blocco commerciale. Tuttavia, dietro l’ottimismo diplomatico ribadito in queste ore dal Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, si cela una realtà ben più complessa: l’intesa tecnica con Mascate non garantirà la riapertura automatica del passaggio.

Le negoziazioni bilaterali mirano a creare un corridoio marittimo temporaneo della durata stimata tra i due e i quattro mesi. Il piano prevede che l’Iran mantenga il controllo del traffico in entrata, mentre la gestione delle navi in uscita avverrebbe lungo le coste omanite sotto la stretta supervisione di Teheran, con l’obiettivo di escludere totalmente gli Stati Uniti dal controllo della sicurezza navale. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha infatti smorzato gli entusiasmi iniziali, precisando che questo compromesso tecnico “non significa la piena riapertura dello Stretto di Hormuz”.

Il vero ostacolo alla ripresa della navigazione rimane il braccio di ferro geopolitico con Washington. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e le Guardie della Rivoluzione (IRGC) hanno dettato condizioni massimaliste affinché lo stretto torni operativo. Tra le richieste irrevocabili figurano la fine permanente delle ostilità americane contro l’Iran e i suoi alleati regionali (inclusi Hamas, Hezbollah e Houthi), il ritiro completo delle truppe statunitensi dal Medio Oriente, la rimozione del blocco navale e il pagamento di esosi risarcimenti per i danni di guerra. Mentre il presidente americano Donald Trump minaccia conseguenze gravissime se non si dovesse giungere a un’intesa immediata, il vicepresidente J.D. Vance ha ammesso ai media che le trattative si confermano “caotiche” e richiederanno molto tempo per essere sbrogliate.

Nel frattempo, l’economia globale continua a subire i danni collaterali del conflitto. Il blocco in vigore dallo scorso febbraio ha quasi azzerato le esportazioni di materie prime critiche dal Golfo Persico, provocando un crollo del 95% dei volumi di gas naturale liquefatto (GNL) e dell’83% dell’urea per i fertilizzanti agricoli. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha avvertito senza mezzi termini le istituzioni che l’Europa rischia un collasso degli approvvigionamenti industriali a partire dal 2027, quando si interromperanno definitivamente anche le ultime forniture di gas russo.

Ad aggravare l’impasse vi è la volontà dell’Iran di imporre nuovi pedaggi fino al 7% del valore del carico per il transito, un’azione fortemente osteggiata a livello internazionale. Gli armatori si trovano intrappolati in un paradosso mortale: pagare le tariffe richieste da Teheran significherebbe violare le rigide sanzioni del Dipartimento del Tesoro americano e perdere istantaneamente la copertura assicurativa contro i rischi di guerra, come decretato a luglio dai Lloyd’s di Londra.

A dimostrazione di quanto la situazione sul campo rimanga volatile ed esplosiva, proprio questo fine settimana gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato pubblicamente un nuovo attacco missilistico condotto contro una petroliera della loro compagnia di stato (ADNOC) in transito nello stretto. Un segnale inequivocabile che, al netto delle diplomazie al lavoro, le acque di Hormuz rimangono a tutti gli effetti un teatro di guerra.

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