flexile-white-logo
M
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Ricevi le News della settimana
Direttamente nella tua email ogni sabato i titoli di tutti i nuovi articoli della settimana Eleva!

I mercati ignorano il blocco navale di Trump e scommettono sull’accordo USA-Iran

Apr 14, 2026 | Finanza

Mentre le navi da guerra americane si posizionano nel Golfo Persico per stringere la morsa sull’Iran, a Wall Street e nelle piazze finanziarie europee si respira un’aria inaspettatamente positiva. Può sembrare un paradosso: nonostante il fallimento dei colloqui di pace e l’inizio di un blocco navale in uno degli snodi energetici più critici del pianeta, gli investitori non stanno fuggendo verso i beni rifugio. Al contrario, stanno comprando.

Come accade spesso, i mercati scontano lo scenario più positivo, in questo caso scommettono su un accordo USA-Iran nel bel mezzo del blocco di Hormuz. Gli algoritmi, gli analisti e i grandi gestori di fondi hanno elaborato la situazione e al momento puntano su uno scenario: non assisteremo a un’escalation strutturale verso una guerra totale, bensì all’atto finale di un duro braccio di ferro negoziale. Si sconta, in poche parole, lo scenario migliore.

Il fallimento di Islamabad e il “Reverse Blockade”

Per capire questa reazione controintuitiva, occorre analizzare la genesi della crisi attuale. I colloqui maratona di 21 ore a Islamabad tra la delegazione americana (guidata dal vicepresidente JD Vance) e quella iraniana si sono conclusi nel fine settimana con un nulla di fatto. L’Iran si è rifiutato di accettare le inderogabili “linee rosse” imposte da Washington, che includevano la rinuncia inequivocabile all’arricchimento dell’uranio e la riapertura incondizionata dello Stretto di Hormuz senza il pagamento di “pedaggi”.

La risposta del Presidente Donald Trump è stata fulminea: un blocco navale per isolare i porti iraniani. L’ombra di una chiusura ancora più blindata del passaggio attraverso cui transita un quinto dell’energia globale ha inizialmente fatto tremare i mercati. Tuttavia, la realtà operativa si è rivelata profondamente diversa dai timori inziali. Il Comando Centrale USA (CENTCOM) ha chiarito che il blocco è chirurgico: si applica “in modo imparziale” esclusivamente alle navi in entrata o in uscita dai porti iraniani, garantendo esplicitamente il libero transito attraverso lo stretto alle petroliere dirette verso i porti dei paesi alleati del Golfo. Non si tratta di una paralisi del traffico mondiale, ma di un embargo progettato per colpire unicamente l’economia di Teheran.

Wall Street recupera a “V”, l’Europa segue a ruota

Rassicurata dal fatto che l’oro nero globale avrebbe continuato a fluire, Wall Street ha inscenato un clamoroso recupero. Assorbendo completamente lo shock iniziale, l’S&P 500 ha chiuso la sessione di lunedì 13 aprile in rialzo dell’1,02%, mentre il Nasdaq ha guidato la carica con un +1,23%, trainato dal massiccio rientro di capitali nel settore dei software e della tecnologia.

Nel Vecchio Continente, invece, la ripresa è avvenuta con meno impeto, rallentata da un’intrinseca debolezza macroeconomica: la profonda dipendenza dell’Europa dalle importazioni energetiche. Di fronte all’annuncio del blocco, i futures sul gas naturale europeo (TTF) hanno registrato picchi di forte volatilità, innescando timori di una nuova fiammata d’inflazione ed erodendo i margini industriali. Questo svantaggio competitivo si è riflesso su Piazza Affari: l’indice FTSE MIB ha chiuso la giornata del 13 aprile in calo dello 0,17%. Anche il DAX tedesco e il CAC 40 francese hanno recuperato l’apertura negativa.

Eppure, il panico europeo è durato pochissimo. Già oggi, al filtrare di indiscrezioni (riportate da Bloomberg) su un pressing diplomatico sotterraneo per un secondo round di colloqui in Pakistan, il FTSE MIB ha annullato le perdite della vigilia. Spinto dal rialzo di pesi massimi come Leonardo, Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali, il listino milanese ha registrato un solido +0,7% in avvio, concludendo il rimbalzo e portandosi sopra i massimi di venerdì. I mercati europei hanno così abbracciato l’ottimismo di quelli americani: i fondamentali a lungo termine (le stime prevedono una crescita degli utili sul FTSE MIB del 6,8% annuo tra il 2025 e il 2026) restano solidi.

Le elezioni di Midterm

Ma perché i mercati credono così fermamente a un accordo imminente? La risposta non si trova nelle acque turbolente del Medio Oriente, ma nei palazzi della politica di Washington. Il vero paracadute per i listini globali ha un nome e una data: le elezioni di metà mandato (Midterms) del novembre 2026.

Come evidenziato dalle analisi dei grandi centri d’investimento, la politica estera raramente fa vincere le elezioni in America, ma l’inflazione può farle perdere rovinosamente. Attualmente, il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato l’allarmante soglia dei 4 dollari al gallone, costringendo lo stesso Trump ad ammettere che i prezzi potrebbero rimanere elevati fino all’autunno elettorale. L’amministrazione USA “non può sopportare in modo continuativo” gli effetti economici e la compressione del reddito derivante da una crisi petrolifera.

Questo vincolo stringente trasforma il blocco navale agli occhi degli investitori: non l’anticamera di una catastrofe regionale, ma una tattica di “massima pressione” – un vero e proprio azzardo – finalizzata ad accelerare una via d’uscita diplomatica rapida. Gli hedge fund sanno che, qualora il Canale di Hormuz venisse davvero sigillato, il petrolio schizzerebbe verso i 150 dollari al barile, distruggendo la domanda globale e le chance elettorali di Trump. Questa è la ragione per cui, dopo una breve impennata, i prezzi del greggio Brent si sono sgonfiati fin sotto i 99 dollari.

In conclusione, l’apertura col gap negativo si è chiusa in rialzo perché i mercati leggono i segnali con un formidabile cinismo e scontano lo scenario migliore. Oltre i proclami bellicosi, a nessuna delle due parti conviene prolungare il blocco. Si scommette sulla pace semplicemente perché l’alternativa è politicamente ed economicamente insostenibile.

Condividi questo articolo sui tuoi social

Di più da Eleva

La prima intervista di Warren Buffett.

Giugno 1962. In un raro filmato d'archivio della KMTV, un trentunenne Warren Buffett affronta il crollo del mercato azionario con una freddezza che diventerà leggendaria. Mentre Wall Street è nel panico per il "Kennedy...