Il CEO di JPMorgan promette battaglia in Congresso contro il CLARITY Act, la riforma che ridisegnerebbe le regole del mercato crypto negli USA. Al centro del conflitto: chi può offrire interessi sui depositi in criptovaluta, e con quali regole.
Poche parole, durissime. «Le banche non lo accetteranno così. Combatteremo contro di esso». Con questa dichiarazione rilasciata venerdì mattina in diretta su Fox Business, Jamie Dimon, presidente e amministratore delegato di JPMorgan Chase, la più grande banca degli Stati Uniti, ha trasformato una disputa tecnico-legislativa in una guerra aperta tra Wall Street e l’industria delle criptovalute.
Al centro dello scontro c’è il CLARITY Act (Digital Asset Market Clarity Act, H.R. 3633) il disegno di legge bipartisan più ambizioso mai proposto negli Stati Uniti per regolamentare il mercato delle criptovalute e degli asset digitali. In sostanza, la legge stabilirebbe per la prima volta regole chiare su chi può vendere, custodire e offrire servizi legati a Bitcoin, Ethereum, stablecoin e simili sul suolo americano. La legge ha già superato la Camera dei Rappresentanti con 294 voti favorevoli contro 134, e il 14 maggio scorso ha ottenuto il via libera dalla Commissione Bancaria del Senato con 15 voti a 9. Il presidente Trump l’ha sostenuta pubblicamente, dichiarando di voler «codificare un mercato degli asset digitali a prova di futuro». Il presidente della SEC, Paul Atkins, ha assicurato che l’agenzia è pronta a implementarla dal primo giorno.

Eppure, secondo Dimon, il testo attuale è difettoso in modo strutturale. Il problema riguarda le stablecoin, criptovalute il cui valore è agganciato al dollaro, progettate per non fluttuare come Bitcoin, e i rendimenti che le piattaforme crypto offrono a chi li detiene. Oggi exchange come Coinbase possono riconoscere ai propri clienti un interesse fino al 3,5% annuo sugli stablecoin depositati, funzionando di fatto come un conto deposito in valuta digitale. Il CLARITY Act, nella sua forma attuale, consentirebbe di continuare a farlo senza sottostare alle stesse regole di protezione del consumatore, requisiti patrimoniali e vigilanza a cui sono soggette le banche tradizionali. Questa possibilità era già stata aperta dal GENIUS Act, la prima legge americana sugli stablecoin, firmata da Trump nel luglio 2025, che permette a piattaforme terze come Coinbase di distribuire questi rendimenti, pur vietandolo agli emittenti diretti della criptovaluta come Tether o Circle. «Il sistema alla fine esploderà da solo», ha detto Dimon, reiterando un’analisi che aveva già espresso in marzo.
«Ha quasi nessuna protezione legale. Le banche non lo accetteranno così. E combatteremo contro di esso.» — Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, Fox Business, 29 maggio 2026
La dimensione politica dello scontro è diventata apertamente personale. Dimon ha puntato il dito contro Brian Armstrong, fondatore e CEO di Coinbase, il più grande exchange di criptovalute quotato in borsa negli Stati Uniti, accusandolo di spendere «centinaia di milioni di dollari a Washington» per fare lobbying a favore del CLARITY Act. E ha alzato il tono: «Nessuno si inchinerà a questo tizio». Una dichiarazione che non ha precedenti per durezza nel lessico della finanza tradizionale nei confronti del mondo crypto.
Lo scontro tra i due non è nuovo. Al Forum Economico Mondiale di Davos, all’inizio del 2026, Armstrong aveva tentato di convincere i vertici delle principali banche americane che i rendimenti sugli stablecoin non sono una minaccia ma un’opportunità. Fu respinto su tutti i fronti. Dimon gli avrebbe detto direttamente, secondo fonti citate dal Wall Street Journal, «sei pieno di stronzate». Il CEO di Bank of America, Brian Moynihan, ha tradotto il concetto in chiave istituzionale: «Se volete fare la banca, fatevi una banca». Il CEO di Wells Fargo, Charlie Scharf, ha declinato qualsiasi incontro. Jane Fraser di Citigroup ha dedicato ad Armstrong meno di un minuto. Il fronte bancario tradizionale appare compatto nell’opposizione.

La posta in gioco è enorme per entrambe le parti. Coinbase ha generato nel 2025 circa 1,3 miliardi di dollari di ricavi legati agli stablecoin: se la legge passasse senza la norma sul rendimento, quella fonte di reddito subirebbe un colpo diretto. Se invece passasse con la norma intatta, le banche si troverebbero a competere con piattaforme crypto che offrono prodotti simili ai conti deposito senza gli stessi oneri regolatori. Il paradosso è che gli analisti di JPMorgan, separati dall’azione pubblica del suo CEO, stimano il CLARITY Act approvato entro la metà del 2026, con effetti che «ridisegneranno la struttura del mercato» per le criptovalute.
Sullo sfondo, una scadenza già mancata: il 1° marzo 2026 avrebbe dovuto segnare l’accordo tra legislatori e industria crypto proprio sul punto controverso dei rendimenti sugli stablecoin. Non è arrivato. La finestra politica per approvare la legge si riduce dopo agosto, quando le dinamiche delle elezioni di metà mandato rendono l’iter parlamentare più complicato. Il CLARITY Act non è morto ma la partita è aperta, e i colossi della finanza americana hanno appena dichiarato che non intendono restare a guardare.






