Il 3 agosto 2026 segna una svolta per i mercati valutari globali. Il Giappone e gli Stati Uniti hanno annunciato un massiccio intervento congiunto per sostenere lo yen, colpito da una svalutazione record che lo aveva spinto oltre la soglia di 163 contro il dollaro, ai minimi dal 1986. Si tratta della prima operazione coordinata di acquisto della divisa nipponica dalla crisi finanziaria asiatica del 1998.
L’operazione, condotta materialmente nei giorni scorsi dalla Federal Reserve Bank di New York per conto del Tesoro americano, ha visto la vendita di euro per acquistare yen, avvalendosi dell’intermediazione di colossi bancari come Goldman Sachs e Morgan Stanley. Da parte sua, il Giappone ha mobilitato cifre senza precedenti, con stime che indicano fino a 58,97 miliardi di dollari impiegati in una sola giornata per fermare l’emorragia valutaria. L’azione di Washington era stata in qualche modo anticipata da un dettaglio sfuggito alla stampa: un appunto del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, fotografato durante un vertice a Camp David, che indicava l’obiettivo di “comprare yen” per un valore compreso tra i 5 e i 10 miliardi di dollari.

Il Ministro delle Finanze giapponese, Satsuki Katayama, ha lanciato un monito inequivocabile agli speculatori, confermando che Tokyo e Washington “non esiteranno a effettuare ulteriori interventi congiunti in futuro, se necessario”. La debolezza dello yen, aggravata dal persistente divario dei tassi di interesse con gli USA e dal rincaro energetico legato alle tensioni in Medio Oriente, sta infatti pesando gravemente sull’economia del Paese asiatico.
Tuttavia, la vera novità strutturale dell’annuncio riguarda il modo in cui il Giappone si finanzierà. Katayama ha dichiarato che il Paese prevede di avvalersi stabilmente della “FIMA Repo Facility” della Federal Reserve. Questo strumento, nato durante la pandemia, permette alle banche centrali straniere di ottenere temporaneamente liquidità in dollari depositando i propri titoli di Stato americani (US Treasuries) come garanzia, senza doverli vendere.
L’utilizzo di questa facility rappresenta un capolavoro di diplomazia finanziaria: garantisce a Tokyo i dollari necessari per difendere lo yen ed evita, al contempo, un massiccio scarico di titoli di Stato americani sul mercato aperto. Una simile svendita avrebbe fatto crollare i prezzi delle obbligazioni USA e schizzare verso l’alto i tassi di interesse americani, danneggiando l’economia statunitense.

L’iniziativa ha ricevuto il pieno appoggio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha sottolineato che aiutare il Giappone porta un “beneficio finanziario” agli stessi Stati Uniti e all’economia mondiale. Anche il Segretario Bessent ha ribadito il suo forte sostegno alla mossa, suggerendo di espandere i limiti operativi della FIMA Repo Facility (attualmente fissati a 60 miliardi di dollari per istituzione) nei prossimi mesi, consolidando un’alleanza strategica vitale per la sicurezza economica globale.





