I colloqui di pace di Islamabad si sono conclusi con una fumata nera dopo una tesa maratona negoziale di 21 ore, frantumati sotto il peso di linee rosse inconciliabili. La delegazione statunitense, guidata dal vicepresidente JD Vance, aveva preteso un “impegno affermativo” sulla fine delle ambizioni nucleari iraniane e il blocco totale dei finanziamenti alle milizie alleate in Medio Oriente. La delegazione iraniana ha risposto ponendo come condizioni inamovibili lo sblocco dei propri asset congelati, il pagamento di enormi riparazioni di guerra per gli attacchi israelo-americani iniziati il 28 febbraio 2026, e l’estensione del cessate il fuoco anche al Libano, attualmente sotto pesante fuoco israeliano. Il totale fallimento di questo vertice, che rappresentava il più alto livello di confronto bilaterale dal 1979, ha innescato un’immediata reazione a catena da parte di Washington.
Il blocco navale e la guerra
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che la Marina americana e il Comando Centrale (CENTCOM) imporranno un blocco navale formale. Le regole di ingaggio diramate sono molto specifiche: a partire da lunedì 13 aprile 2026, gli Stati Uniti impediranno fisicamente l’accesso e l’uscita da tutti i porti iraniani sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman, pur garantendo il libero transito alle navi commerciali dirette verso i porti dei Paesi alleati.

Tuttavia, il vero fulcro strategico del blocco mira alla cassa del regime. Durante le scorse settimane, Teheran ha militarizzato lo stretto, obbligando le navi mercantili a deviare nelle acque territoriali iraniane per estorcere il pagamento di “tasse di protezione”. Trump ha definito questa pratica una “estorsione mondiale” e ha autorizzato la Marina a intercettare qualsiasi mercantile, ovunque in acque internazionali, che abbia pagato il pedaggio, avvertendo senza mezzi termini che “nessuno che paghi un pedaggio illegale avrà passaggio sicuro”.
La risposta di Teheran
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha risposto immediatamente dichiarando che lo Stretto di Hormuz rimane sotto il suo “pieno controllo”. I militari hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento di navi da guerra statunitensi sarà considerato una formale violazione della tregua, il che comporterebbe una “risposta vigorosa”. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha sfidato l’amministrazione americana: “Se combattete, noi combatteremo”, avvertendo che l’embargo totale farà schizzare i prezzi dell’energia a tal punto da rendere i consumatori statunitensi “nostalgici della benzina a 4 o 5 dollari”.
Eppure, dietro la consueta retorica, l’Iran sta vivendo una profonda emorragia interna e una trasformazione radicale del proprio apparato. Dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei negli attacchi di fine febbraio, il potere è stato ereditato dal figlio Mojtaba Khamenei. Il Paese è ormai diventato quello che gli esperti definiscono un “IRGCistan”, uno Stato gestito di fatto da una giunta militare senza un reale contrappeso, con l’economia paralizzata e infrastrutture critiche ridotte in macerie. Nel disperato tentativo di mantenere il controllo su una popolazione stremata, il regime ha imposto un blackout globale di internet che dura da oltre 1.000 ore e ha portato la repressione a livelli inauditi: nel 2025 le impiccagioni sono balzate alla cifra record di 1.639 esecuzioni (il dato più alto dal 1989), utilizzate apertamente come strumento di terrore statale.

Sopraffatto sul piano militare convenzionale, l’Iran fa pesare l’arma della logistica imponendo la minaccia sui “due stretti”. Oltre a ricattare Hormuz, Teheran tiene in ostaggio il Bab el-Mandeb, un passaggio di soli 29 chilometri nel Mar Rosso da cui transita abitualmente il 10% del commercio marittimo globale, compreso gran parte del petrolio destinato all’Europa. Sfruttando la milizia sciita degli Houthi in Yemen, il blocco iraniano si estende per procura usando uno sciame di droni, missili balistici e imbarcazioni esplosive. La linea strategica è stata dichiarata apertamente da Ali Akbar Velayati, alto consigliere iraniano: “Il comando unificato del fronte della Resistenza vede Bab el-Mandeb esattamente come vede Hormuz”.
Nuovi assi geopolitici
La crisi ha provocato conseguenze diplomatiche che hanno frammentato le storiche alleanze internazionali. L’Unione Europea e il Regno Unito si sono nettamente dissociati dal blocco aggressivo di Trump. Londra e Bruxelles hanno condannato la morsa militare e spingono per una soluzione esclusivamente diplomatica, allarmate dalle previsioni secondo cui l’aviazione europea potrebbe restare a secco di carburante jet nel giro di sole tre settimane se il traffico navale non dovesse riprendere.
Cina e Russia, al contrario, capitalizzano il caos. I due Paesi hanno posto il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU su una risoluzione che puntava a garantire una coalizione difensiva per le navi, incolpando Stati Uniti e Israele di essere la radice dell’escalation. Sotto traccia, Pechino arma l’Iran, inviando componenti tecnologiche di contrabbando per i missili e preparando la fornitura di sistemi di difesa aerea portatili (MANPADS) per blindare i porti minacciati.
Infine, i Paesi arabi del Golfo (GCC) osservano lo scenario letteralmente intrappolati nel fuoco incrociato. Da una parte la rabbia per il blocco delle esportazioni, riassunta dal Ministro dell’Industria emiratino Sultan Al Jaber che ha definito il “pedaggio” iraniano un precedente “illegale e inaccettabile”, dall’altra il terrore di essere trascinati in guerra. Gli Houthi hanno infatti lanciato un avvertimento senza appello alle monarchie arabe: chiunque offrirà sponda logistica alla coalizione militare americana (citando esplicitamente Bahrein ed Emirati Arabi Uniti) “sarà il primo a perdere in questa battaglia”.






