La parola che fino a ieri si evitava accuratamente di pronunciare è tornata a risuonare nei palazzi della politica: “recessione”. A lanciare l’allarme non è stato un esponente dell’opposizione, ma direttamente il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Intercettato ai microfoni del Tg3 Lombardia a margine di un appuntamento a Castellanza, Giorgetti ha tracciato uno scenario a tinte fosche per il futuro prossimo del Paese. “Temo che, se la situazione continuerà così sul fronte dell’energia e degli olii combustibili, la recessione arriverà. Temo”, ha dichiarato, certificando la gravità di un quadro macroeconomico sempre più incerto e denso di pericoli.
Dietro questa ammissione si nasconde la crisi energetica innescata dalla crisi geopolitica in Medio Oriente. La delicata situazione nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto schizzare in alto le quotazioni internazionali del greggio e, di riflesso, i prezzi alla pompa. L’anomalia è particolarmente evidente per il gasolio, il vero sangue vitale per la logistica e il trasporto merci, che è arrivato a costare sensibilmente di più a causa delle complesse e costose procedure di raffinazione necessarie per sopperire alla mancanza del petrolio ottimale per i distillati medi. Il rincaro si è abbattuto rapidamente e duramente sulle famiglie italiane, che secondo le stime discusse in sede parlamentare subiranno un aggravio di spesa di circa 670 euro nel 2026, unito alle tariffe elettriche nel mercato di maggior tutela che sono già aumentate dell’8,1% dallo scorso 1° aprile.

Per evitare che l’inflazione e i costi energetici affossino definitivamente i consumi interni e la produzione manifatturiera, il governo ha tentato la via diplomatica a Bruxelles. Intervenendo alla Camera in un’informativa urgente, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto esplicitamente all’Europa di valutare una sospensione generalizzata del nuovo Patto di Stabilità e Crescita, invocando l’adozione di misure eccezionali non dissimili da quelle messe in campo per rispondere alla pandemia. “Non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea”, ha spiegato la premier, ribadendo che l’Italia è pronta a prevenire fenomeni speculativi anche ricorrendo all’arma di nuove tasse sugli extraprofitti delle società energetiche. Parallelamente, in ambito comunitario, Roma si è unita ad altri quattro Paesi per chiedere una misura europea per tassare proprio questi profitti sproporzionati. Sul fronte interno, nel frattempo, l’esecutivo ha tentato di arginare l’emergenza introducendo un temporaneo sconto sulle accise dei carburanti del valore di 308 milioni di euro, un provvedimento tampone aspramente criticato dalle opposizioni che lo ritengono uno sperpero frammentato di fondi pubblici del tutto incapace di intaccare le vere rendite di posizione accumulate dai colossi del settore.
La risposta della Commissione Europea alle richieste di flessibilità contabile è stata, tuttavia, una gelida doccia fredda. Il portavoce di Palazzo Berlaymont, Balazs Ujvari, ha chiarito che la clausola generale di salvaguardia invocata dall’Italia può essere attivata solo in presenza di una “grave recessione” accertata o chiaramente prevista per l’economia continentale. Una condizione che, per le istituzioni comunitarie, al momento non è assolutamente soddisfatta: sebbene l’attuale crisi stia causando severe conseguenze e nuove spinte inflattive, la situazione non è minimamente paragonabile alla paralisi economica totale causata dai lockdown del 2020. Si tratta di un rifiuto che il governo italiano, come ha candidamente ammesso lo stesso Giorgetti, conosceva benissimo, ma che restringe inesorabilmente gli spazi fiscali dell’esecutivo. Paradossalmente, proprio mentre l’economia reale continua ad arrancare, i mercati finanziari internazionali sembrano applaudire a questo rigore forzato: l’assenza di ampie spese a debito ha rassicurato gli investitori, spingendo lo spread tra i Btp decennali italiani e i Bund tedeschi verso i minimi storici, toccando l’eccezionale quota di 85 punti base.

Sullo sfondo di questa emergenza economica e sociale, si intravede un secondo e delicatissimo fronte che sta creando profonde faglie all’interno della maggioranza: l’aumento delle spese per la Difesa. Pressato dalle continue richieste ai vertici della NATO, il Ministro Giorgetti ha annunciato pubblicamente che l’Italia riuscirà a raggiungere il discusso traguardo del 2% del PIL destinato alle spese militari già nel corso del 2026. Un obiettivo che, come accuratamente evidenziato dalle analisi indipendenti dell’Osservatorio Mil€x, non si baserebbe su massicci e immediati stanziamenti reali capaci di prosciugare le casse dello Stato, bensì su un “miracolo contabile”: il Ministero della Difesa avrebbe infatti allargato il perimetro di rendicontazione da comunicare all’Alleanza, includendovi generose voci collaterali come le pensioni dei militari a riposo, gli investimenti cyber e i costi per le ordinarie funzioni di polizia civile espletate dall’Arma dei Carabinieri.
Nonostante questa sofisticata ingegneria di bilancio, le pressioni esterne per un reale e oneroso riarmo hanno innescato un durissimo scontro interno. L’ala della Lega capitanata da Matteo Salvini, in inaspettata sintonia con la cautela del Ministro Giorgetti, si è schierata fermamente contro i piani di investimenti militari miliardari promossi dalla presidenza della Commissione Europea. Il Carroccio ha sollevato forti dubbi sull’opportunità di sottrarre preziose risorse al welfare, alla sanità pubblica e al sostegno per le famiglie per assecondare la corsa agli armamenti in un periodo di grave fragilità per il ceto medio. Lo stesso Ministro dell’Economia ha gelato gli entusiasmi dell’ala più favorevole, confermando che l’Italia, perlomeno nell’immediato, non utilizzerà affatto le deroghe al Patto di Stabilità per scorporare i costi o lo strumento europeo di prestiti “SAFE” per finanziare la Difesa a debito. Davanti alle Camere ha infatti brutalmente ricordato che, con i vincoli attuali, “se si aumentano le spese militari non si aumentano altre spese come la spesa per la sanità o altro”.

Questa posizione spiccatamente prudenziale ha finito per generare un quadro di notevole dissonanza ai vertici del governo, immediatamente evidenziato dalle opposizioni. Mentre il Ministro della Difesa Guido Crosetto preme incessantemente per il rapido utilizzo dello scorporo dei fondi europei al fine di irrorare l’industria bellica e finanziare i grandi programmi d’arma, Giorgetti frena bruscamente, dichiarando in maniera irrevocabile che il target della NATO dovrà essere centrato sfruttando esclusivamente le risorse e le coperture già incardinate a bilancio.
Il Paese si ritrova così in uno stringente vicolo cieco politico e finanziario. Senza alcuno spazio di manovra concesso dall’Unione Europea sui deficit, lacerato da evidenti divisioni intestine sulle macro-priorità di spesa pubblica, e con gli insolubili nodi geopolitici che mantengono drammaticamente alti i costi della filiera logistica e dell’energia, l’Italia cammina su un sentiero sempre più stretto. La profezia del Ministro Giorgetti rischia dunque di tramutarsi ben presto da monito preventivo ad amara e tangibile realtà: l’arrivo della recessione non rappresenta più un’ipotesi puramente scolastica, ma lo spettro incombente dei prossimi mesi.






