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“Sa chi comanda”: Trump avverte Netanyahu in vista del faccia a faccia di settimana prossima. L’asse Usa-Israele vacilla tra le crisi in Iran e Libano

Lug 5, 2026 | Geo/Politica

L’alleanza storica tra Stati Uniti e Israele sta attraversando una fase di profonda instabilità. Alla vigilia di un cruciale faccia a faccia a Washington, il presidente americano Donald Trump ha inviato un monito inequivocabile al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In una breve intervista telefonica con Axios, Trump ha confermato che i due leader si vedranno presto, ma ha tenuto a precisare le gerarchie del rapporto: “Andiamo molto d’accordo, ma Netanyahu sa chi comanda”.

Una dichiarazione esplosiva che fissa i paletti di un vertice previsto per la metà di luglio, subito dopo il summit della NATO in Turchia, e che si inserisce in un Medio Oriente profondamente mutato dall’inizio della guerra dello scorso febbraio.

La rottura e il “Memorandum di Islamabad”

Il rapporto tra i due leader, un tempo d’acciaio, si è progressivamente logorato. Se in un primo momento Trump aveva avallato e partecipato all’offensiva militare contro l’Iran, l’esigenza di stabilizzare i mercati energetici globali lo ha spinto a un repentino cambio di rotta. Il 17 giugno, Trump ha firmato a distanza il “Memorandum di Islamabad” con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian: un accordo in 14 punti che prevede un cessate il fuoco regionale e la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio di una revoca parziale delle sanzioni petrolifere.

Questo compromesso si scontra frontalmente con gli obiettivi di Netanyahu, il quale mirava alla disgregazione del regime degli Ayatollah e del suo programma nucleare. La divergenza è culminata il mese scorso in una tempestosa telefonata in cui Trump avrebbe definito il premier israeliano “completamente pazzo”, accusandolo di ingratitudine per non voler assecondare le mosse diplomatiche della Casa Bianca.

L’ostacolo libanese e la sfida di Israele

Il punto di massima frizione sul terreno è oggi il Libano. Il memorandum siglato dagli Usa impone uno stop alle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso, ma Israele rifiuta categoricamente di allentare la presa su Hezbollah. L’esercito israeliano (IDF) continua a mantenere una zona cuscinetto nel sud del Paese e a condurre raid mirati su Beirut, sfidando apertamente gli inviti alla moderazione di Washington. Trump ha ripetutamente esortato Netanyahu a limitare le operazioni per non far deragliare i delicati colloqui tecnici con l’Iran, ma sembra che il leader israeliano non presti molta attenzione agli ordini di Washington.

L’Iran in transizione: funerali di Stato e il “Leader Ombra”

Nel frattempo, a Teheran si respira un clima di altissima tensione. La capitale è bloccata dai funerali di Stato dell’Ayatollah Ali Khamenei e degli altri alti funzionari uccisi nel raid americano-israeliano del 28 febbraio. Durante le esequie, i leader religiosi e i poeti di regime hanno infiammato la folla, rivolgendo minacce dirette alla vita dello stesso Donald Trump (“Perché l’uomo più bastardo del mondo è ancora vivo?”, ha gridato un oratore dal palco).

Ma il vero mistero è il vuoto visivo al vertice del regime. Il nuovo Leader Supremo, il cinquantaseienne Mojtaba Khamenei, eletto lo scorso 8 marzo, non si è mai mostrato in pubblico. Si ritiene sia rimasto ferito nell’attacco che ha ucciso il padre e che i funzionari della sicurezza gli impediscano di partecipare ai funerali per il fondato timore che Israele sfrutti l’occasione per assassinarlo. Nonostante sia “invisibile”, l’intelligence occidentale ritiene che Mojtaba stia riorganizzando il Paese con pugno di ferro, affidandosi a una nuova generazione di falchi ultra-ortodossi.

Netanyahu alle corde in patria

L’ostinazione di Netanyahu nel prolungare le operazioni belliche è strettamente legata alla sua sopravvivenza politica. A fine ottobre 2026 Israele andrà alle urne, e i sondaggi attuali sono impietosi: la coalizione di governo di estrema destra si fermerebbe a 50 seggi su 120, prefigurando una sconfitta. Il suo sfidante più accreditato è l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, che con il suo nuovo partito centrista Yashar! sta catalizzando il voto dei moderati e dei delusi dal Likud.

Come se non bastasse, Netanyahu deve destreggiarsi in una crisi istituzionale gravissima sulla coscrizione militare degli ultraortodossi, recentemente resa obbligatoria dalla Corte Suprema israeliana, un provvedimento che rischia di far implodere la sua coalizione.

In un disperato tentativo di ricompattare la sua base nazionalista e di immunizzarsi dalle pressioni di Trump, il premier israeliano ha recentemente lanciato una provocazione clamorosa: rinunciare agli aiuti militari statunitensi, definendoli un “sussidio” inutile per un’economia ormai solida come quella israeliana.

Prospettive

Il prossimo faccia a faccia alla Casa Bianca si preannuncia, dunque, non come il rinnovo di un’amicizia, ma come una resa dei conti. Trump esigerà allineamento per difendere il suo successo diplomatico, ricordando a Israele “chi è il capo”. Dal canto suo, Netanyahu, stretto tra il fronte libanese, la minaccia latente dell’Iran di Mojtaba Khamenei e lo spettro della sconfitta elettorale contro Eisenkot, giocherà la partita più difficile della sua carriera politica.

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