Nonostante le crescenti tensioni tariffarie e il clima protezionistico, l’interscambio di beni fisici tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti ha raggiunto la cifra record di 875 miliardi di euro (circa 1.000 miliardi di dollari) nell’ultimo anno. Le esportazioni europee verso gli USA sono cresciute del 7,7%, toccando i 580 miliardi di euro, mentre le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate del 2,2% fermandosi a 295 miliardi, portando così il surplus commerciale dell’UE alla soglia storica di quasi 285 miliardi di euro. A prima vista, sembrerebbe un trionfo della resilienza continentale, ma le cifre aggregate mascherano profonde crepe strutturali.

Secondo lo studio “Transatlantic trade at a crossroads”, redatto dalle economiste Galina Kolev-Schaefer e Samina Sultan per l’Istituto dell’Economia Tedesca (IW), questa prima impressione è in realtà fortemente fuorviante. Il record statistico è un velo che nasconde danni gravissimi subiti dal cuore manifatturiero dell’Europa.
L’epicentro di questa crisi silenziosa è l’industria automobilistica tedesca. A causa dell’imposizione di un dazio massimale statunitense del 15% sulle automobili e sui componenti europei, le esportazioni complessive dell’UE del settore automotive verso gli Stati Uniti sono precipitate del 20,4%. La Germania, che da sola rappresenta quasi i due terzi dell’intero export automobilistico europeo oltreoceano, ha incassato un drammatico crollo del 18,9%. A peggiorare il quadro della manifattura si aggiungono le pesanti tariffe legate alla “Section 232” americana, che hanno colpito l’acciaio, l’alluminio e i derivati con dazi fino al 50%, affondando anche le esportazioni europee di macchinari.
Come si spiega, allora, la crescita complessiva dell’export europeo se l’industria trainante è in rosso? La risposta risiede nel fenomeno del “front-loading” (l’accumulo preventivo di scorte prima dell’entrata in vigore dei dazi) e, soprattutto, in un’enorme anomalia statistica: l’Irlanda. La Repubblica d’Irlanda ha infatti registrato un’impennata sbalorditiva delle proprie esportazioni verso gli USA, pari a un +52,7%. Questo boom isolato è stato trainato quasi esclusivamente dai prodotti chimici e farmaceutici, categorie che hanno beneficiato di esenzioni tariffarie. L’export farmaceutico irlandese è esploso del 130,4%, trascinando da solo in territorio positivo l’intera bilancia commerciale dell’Unione Europea.

Oltre alla crisi manifatturiera, la “nuova normalità” del commercio transatlantico presenta un profondo divario immateriale spesso trascurato dai titoli di giornale. Mentre sui beni fisici l’UE vanta un grande surplus, nei servizi il quadro si ribalta. L’interscambio transatlantico dei servizi ha toccato il record di 865 miliardi di euro, ma in questo delicato settore l’Unione Europea opera in pesante perdita, registrando un deficit strutturale pari a 178 miliardi di euro. A pesare in modo decisivo è la nostra dipendenza tecnologica: oltre il 40% delle importazioni europee di servizi dagli USA è costituito dal pagamento di diritti per la proprietà intellettuale (licenze software, brevetti e marchi), i cui costi sono lievitati del 13,7% nell’ultimo anno.
L’ottimismo generato dalla quota record di 875 miliardi di euro appare, in conclusione, un pericoloso abbaglio. Dietro il paravento di un primato statistico tenuto in piedi dalla farmaceutica irlandese, si consuma la difficile transizione dell’industria pesante continentale, ferita dalle barriere protezionistiche e sempre più dipendente dalla supremazia digitale americana.





