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Perchè Trump porta Musk, Cook e altri 15 CEO a Pechino per il vertice con Xi?

Mag 12, 2026 | Daily

Il presidente americano lascia Washington nelle prossime ore con il gotha delle grandi aziende americane al seguito: commercio, intelligenza artificiale, terre rare e la guerra in Iran sul tavolo del summit del 14–15 maggio.

Donald Trump lascia Washington nelle prossime ore con una delegazione senza precedenti: accanto agli alti funzionari di Stato viaggiano i volti più riconoscibili del capitalismo americano. Elon Musk, Tim Cook, Larry Fink, Stephen Schwarzman, nomi che muovono l’economia globale, voleranno tutti a Pechino per il summit con il presidente cinese Xi Jinping. Trump arriverà nella capitale cinese mercoledì sera, con gli incontri ufficiali fissati per il 14 e 15 maggio. È il primo viaggio di un presidente americano in Cina dal lontano 2017, quando fu lo stesso Trump a varcare quei confini nel suo primo mandato.

La delegazione

Secondo un funzionario della Casa Bianca, la lista degli invitati conta diciassette tra i più potenti amministratori delegati degli Stati Uniti, scelti per la loro presa sui settori strategici del prossimo decennio: tecnologia, finanza, semiconduttori, difesa, energia, trasporti e agricoltura. Tra i nomi confermati figurano Elon Musk (Tesla), Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), Stephen Schwarzman (Blackstone), Kelly Ortberg (Boeing), David Solomon (Goldman Sachs), Jane Fraser (Citigroup), Dina Powell McCormick (Meta), Cristiano Amon (Qualcomm), Sanjay Mehrotra (Micron), Chuck Robbins (Cisco), Michael Miebach (Mastercard), Ryan McInerney (Visa), H. Lawrence Culp Jr. (GE Aerospace), Brian Sikes (Cargill), Jim Anderson (Coherent) e Jacob Thaysen (Illumina).

Non è la prima volta che Trump adotta questa strategia della “diplomazia dei CEO”: lo scorso maggio 2025 aveva portato una delegazione simile in Arabia Saudita, con Musk, Schwarzman, Fink e Fraser già presenti in quella trasferta. Il segnale politico è chiaro: Washington vuole che il business americano parli direttamente alla dirigenza cinese, ridando legittimità agli scambi economici bilaterali che nei mesi scorsi erano stati congelati dal gelo diplomatico.

Un’agenda che brucia

I temi sul tavolo sono esplosivi quanto le fratture diplomatiche che li hanno generati. La guerra con l’Iran, scoppiata alla fine di febbraio 2026 con i bombardamenti statunitensi e israeliani, ha bloccato lo Stretto di Hormuz, mandando in fibrillazione i mercati petroliferi globali e mettendo a rischio catene di approvvigionamento in ogni angolo del pianeta. La Cina, primo acquirente mondiale di greggio iraniano, ha fatto sentire la sua voce ospitando il ministro degli Esteri di Teheran nei giorni scorsi, una mossa che ha alimentato le speranze di una mediazione verso la pace e abbassato momentaneamente i prezzi dell’oro nero.

Parallelamente, la partita sulle terre rare resta la più delicata. Dopo che Pechino ha sospeso le esportazioni di una vasta gamma di elementi critici, indispensabili per i chip dei telefoni, i motori delle auto elettriche e i sistemi d’arma avanzati, gli Stati Uniti si trovano in una posizione di vulnerabilità strategica che Washington vorrebbe vedere colmata prima della scadenza degli accordi commerciali prevista per il 10 novembre. Il segretario al Tesoro Scott Bessent è al lavoro per scongiurare ulteriori restrizioni cinesi, offrendo in cambio una ripresa degli acquisti americani di soia.

«Ho un ottimo rapporto con il presidente Xi», ha detto Trump lunedì ai giornalisti nell’Ufficio Ovale. «Stiamo facendo grandi affari. Con i presidenti precedenti eravamo stati sfruttati per anni. Ora le cose vanno meglio.»

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, la tensione è invece crescente: Washington ha accusato Pechino di condurre campagne «su scala industriale» per sottrarre tecnologia AI americana, mentre la Cina ha risposto vietando a numerose aziende di rispettare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano. La presenza di Musk, Amon di Qualcomm e Mehrotra di Micron, aziende che dipendono dai mercati asiatici per la produzione e la vendita di semiconduttori, trasforma il vertice anche in un confronto diretto sulle regole del gioco dell’AI globale.

Chi vince e chi rischia

Gli analisti del Council on Foreign Relations avvertono che, in questo contesto, la Cina potrebbe avere il vantaggio negoziale. Pechino sa che la chiusura dello Stretto di Hormuz colpisce anche le sue importazioni energetiche, ma può giocare sulla dipendenza americana dalle sue terre rare e sulla fragilità dell’economia globale per strappare concessioni su Taiwan e sull’accesso alle tecnologie avanzate. La Casa Bianca ha già declinato l’invito cinese a organizzare incontri settoriali tra i dirigenti americani e i leader di Pechino, temendo che le immagini di una cortesia eccessiva potessero essere lette come un avvicinamento troppo evidente.

Michael Hart, presidente dell’American Chamber of Commerce in Cina, è però ottimista: vedere Trump e Xi insieme, sostiene, manderà il segnale che è di nuovo accettabile fare affari con le imprese americane. Un segnale di cui il mercato ha bisogno, dopo mesi di tensioni che hanno logorato la fiducia degli investitori su entrambe le sponde del Pacifico.

Il summit del 14 e 15 maggio potrebbe essere, secondo la Casa Bianca, solo il primo di quattro incontri previsti nel 2026, con ipotesi di visite reciproche che segnalerebbero una lunga stagione di negoziati, non una soluzione lampo. Il mondo intero, dall’Europa all’Asia, osserva: da Pechino dipende se i prossimi mesi saranno di tregua commerciale o di nuova, pericolosa escalation.

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