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La Fed di Warsh sceglie la linea dura: tassi Invariati al 3,75%, comitato spaccato e mercati in calo

Lug 30, 2026 | MacroEconomia

Ieri, 29 luglio 2026, la Federal Reserve ha deciso di mantenere i tassi di interesse invariati nel range 3,50% – 3,75% per la quinta riunione consecutiva. Ma dietro a una mossa ampiamente attesa dai mercati si nasconde un profondo cambio di rotta guidato dal nuovo presidente Kevin Warsh, caratterizzato da un’inedita spaccatura interna e dall’addio definitivo alla rassicurante pratica della forward guidance.

La decisione non è stata unanime: il Federal Open Market Committee (FOMC) ha approvato il mantenimento dei tassi con un voto di 9 a 3. I tre governatori dissenzienti, Beth M. Hammack, Neel Kashkari e Lorie K. Logan, hanno votato per un immediato rialzo di 25 punti base, segnando la prima volta dal 2016 in cui si registrano tre dissensi nella stessa direzione. Lontano dal minimizzare la frattura, Warsh l’ha elogiata durante la conferenza stampa, definendola una “bella lite in famiglia” (“good family fight“) che favorisce un dibattito robusto e l’assunzione di decisioni di qualità superiore.

Il vero shock per gli investitori è arrivato però sul fronte della comunicazione. Warsh ha imposto un drastico snellimento del comunicato ufficiale e ha abolito le anticipazioni sulle future mosse di politica monetaria, esortando i mercati a reagire ai dati reali e a “giocare la palla, non l’arbitro”. Ha inoltre ribadito con estrema fermezza che l’obiettivo di inflazione resta inchiodato al 2%, smentendo le voci su una possibile tolleranza per un “target morbido”. “Questa Fed non vacillerà”, ha dichiarato il neo-presidente, sottolineando come non esistano “bacchette magiche” per risolvere in pochi giorni un’inflazione che resta sopra la soglia da oltre cinque anni.

A pesare sulle prospettive economiche e a preoccupare i “falchi” del FOMC sono le crescenti pressioni inflazionistiche legate alle rinnovate tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con il petrolio Brent tornato a ridosso dei 100 dollari al barile pochi giorni fa, e al boom di investimenti legati all’Intelligenza Artificiale, che stanno generando tensioni nelle catene di approvvigionamento. A conferma di questi timori, le nuove proiezioni economiche (SEP) della Fed hanno rivisto al rialzo le stime sull’inflazione PCE per il 2026, portandole al 3,6%.

La reazione di Wall Street è stata immediata e severa: i principali listini hanno chiuso in profondo rosso, con il Dow Jones in calo del 2,19% e il Nasdaq dell’1,74%, ormai scivolato in territorio di correzione tecnica. Il vero terremoto si è abbattuto sul mercato obbligazionario, dove i rendimenti dei Treasury sono schizzati verso l’alto; il titolo a 10 anni ha superato il 4,64%, mentre quello a 30 anni è balzato al 5,22%, toccando i massimi dal 2007 in scia al riprezzamento del rischio di tassi più alti a lungo.

L’era di Kevin Warsh si preannuncia priva di sconti. Gli investitori, orfani delle rassicurazioni anticipate della banca centrale, guardano ora con trepidazione al simposio di Jackson Hole di fine agosto e al delicatissimo FOMC di settembre, che potrebbe tradurre il dissenso di ieri in una nuova e concreta stretta sui tassi.

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