Il Servizio Federale di Sicurezza russo (FSB) ha formalmente incriminato Pavel Durov, fondatore e CEO della piattaforma di messaggistica Telegram, con l’accusa di favoreggiamento al terrorismo, emettendo nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale. Per i capi di imputazione formulati, l’imprenditore rischia una pena che può arrivare fino all’ergastolo.
Secondo il comunicato diffuso dall’agenzia di sicurezza interna di Mosca, l’amministrazione di Telegram si sarebbe macchiata della colpa di non aver rimosso “numerosi canali, chat e bot”. L’FSB sostiene che questi spazi virtuali vengano attivamente sfruttati dalle agenzie di intelligence ucraine e da organizzazioni estremiste per pianificare e coordinare atti di sabotaggio, omicidi di massa e frodi informatiche sul suolo russo. Tra i dettagli dell’indagine, le autorità russe denunciano l’uso da parte dei servizi ucraini di un popolare “chatbot di incontri” su Telegram, utilizzato per adescare, manipolare e reclutare giovani cittadini russi (tra i 12 e i 22 anni) affinché compiano aggressioni e attacchi incendiari contro obiettivi militari e forze dell’ordine.

L’iniziativa giudiziaria segna il punto di non ritorno in una lunga guerra di logoramento tra il Cremlino e le piattaforme di comunicazione indipendenti. Da mesi l’ente regolatore russo Roskomnadzor sta applicando severe restrizioni e rallentamenti al traffico di Telegram nel Paese. L’obiettivo strategico di Mosca, accelerato dall’invasione dell’Ucraina, è quello di spingere la popolazione verso l’uso di “MAX”, un’applicazione di messaggistica promossa dallo Stato e criticata per l’assenza di crittografia end-to-end e per la permeabilità alla sorveglianza governativa.
Già all’inizio del 2026, Durov aveva risposto all’apertura delle indagini penali a suo carico accusando apertamente le autorità russe di “fabbricare pretesti”. Il CEO aveva definito le mosse del Cremlino come un palese tentativo di sopprimere la libertà di parola e il diritto alla privacy, descrivendo l’accaduto come “il triste spettacolo di uno Stato che ha paura del proprio popolo”.
Con la richiesta di inserimento di Durov nella lista dei ricercati globali, la palla passa ora all’Interpol. Tuttavia, l’applicazione di una Red Notice (Avviso Rosso) appare complessa. L’Articolo 3 della Costituzione dell’Interpol vieta rigorosamente all’organizzazione di intraprendere interventi di carattere politico o militare. Essendo le accuse strettamente legate al conflitto in corso con l’Ucraina e al controllo interno dell’informazione, la richiesta russa rischia di essere bloccata dai meccanismi di garanzia dell’ente internazionale.

Il mandato di cattura evidenzia inoltre un clamoroso paradosso geopolitico. Nell’agosto del 2024, Pavel Durov (che possiede la cittadinanza di Francia, Emirati Arabi Uniti e Saint Kitts e Nevis, e risiede a Dubai) era stato arrestato a Parigi con l’accusa di non aver moderato a sufficienza la piattaforma contro crimini come il traffico di stupefacenti e la pedopornografia. All’epoca, politici e diplomatici russi insorsero contro l’arresto, accusando l’Occidente di voler distruggere la libertà di parola ed etichettando Durov come un “prigioniero politico”. A due anni di distanza, la Russia ha trasformato colui che difendeva nel suo ricercato numero uno.





