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Vertice Trump-Xi: tra affari miliardari e venti di guerra, prende forma il nuovo “G-2” mondiale

Mag 15, 2026 | Geo/Politica

Il ritorno di Donald Trump a Pechino dopo quasi un decennio ha ridisegnato la mappa del potere globale. Conclusosi il 15 maggio 2026, il vertice di due giorni con il Presidente cinese Xi Jinping ha certificato una nuova e ineludibile realtà: la Cina si pone ormai come potenza paritaria in un assetto che lo stesso Trump, in un’intervista, ha definito senza mezzi termini il “G-2”. L’accoglienza, pur sfarzosa, è stata misurata e priva dell’eccessiva deferenza del 2017, confermando una leadership cinese molto più assertiva e sicura di sé. Non a caso, Xi ha ammonito l’omologo americano rievocando la “Trappola di Tucidide”, il rischio storiografico di un conflitto armato che emerge quando una potenza emergente minaccia quella dominante, esortando gli Stati Uniti a considerare la nazione asiatica come un partner e non come un rivale.

L’approccio della delegazione americana, forte della presenza dei CEO di 17 colossi statunitensi tra cui Apple, Nvidia, Tesla e Boeing, è stato prettamente transazionale. Per Trump, la priorità era portare a casa vittorie economiche tangibili. I risultati, celebrati dal tycoon, si sono concretizzati in impegni di acquisto cinesi per 200 aerei commerciali Boeing e per ulteriori 30 miliardi di dollari all’anno in prodotti agricoli statunitensi, con focus su soia e mais. Per gestire questa fragile coesistenza economica, i due Paesi stanno discutendo l’istituzione di un “Joint Board of Trade”, un meccanismo volto a esentare dai dazi circa 30 miliardi di dollari di beni non critici per la sicurezza nazionale. Tuttavia, i dazi punitivi americani del 145% su molte categorie merceologiche restano al momento in vigore, dimostrando che l’architettura della guerra commerciale è ancora intatta.

Il vero cuore della competizione sistemica si è però giocato sull’egemonia tecnologica e l’Intelligenza Artificiale. Con il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ai tavoli negoziali, Washington ha cercato di mantenere il proprio vantaggio sui chip di frontiera, mentre la Cina ha spinto per un allentamento dei controlli sulle esportazioni. Un passo avanti storico, tuttavia, è stato compiuto sul fronte della sicurezza militare: le due superpotenze hanno deciso di condividere le proprie valutazioni sui rischi legati all’automazione e all’impiego dell’Intelligenza Artificiale nei sistemi di deterrenza e di comando nucleare, nel tentativo vitale di prevenire escalation accidentali.

Dietro i sorrisi di circostanza e i pranzi nei giardini imperiali di Zhongnanhai, si celano però faglie geopolitiche esplosive. Taiwan si conferma la prima linea rossa assoluta. Xi Jinping ha usato toni di inusuale durezza e ha avvertito esplicitamente Trump che una cattiva gestione dell’isola porterà inesorabilmente a scontri e perfino conflitti diretti. Di fronte al rischio di un tracollo economico globale senza precedenti in caso di blocco delle catene di fornitura dei microchip, la Casa Bianca ha scelto la prudenza omettendo Taiwan dai comunicati formali, sebbene il Segretario di Stato Marco Rubio abbia ribadito ai media che la politica di difesa statunitense rimane invariata.

L’altro grande spettro sul tavolo è stato il Medio Oriente. Il protrarsi del blocco petrolifero nello Stretto di Hormuz, innescato dalla guerra tra USA, Israele e Iran, ha spinto il greggio Brent oltre i 105 dollari al barile, minacciando una recessione globale. Trump ha incassato l’impegno verbale di Xi affinché l’Iran non ottenga mai l’arma nucleare e la rassicurazione che Pechino limiterà il proprio supporto materiale a Teheran. Tuttavia la Cina, primo acquirente di petrolio iraniano, ha sottolineato che la crisi è colpa dell’Occidente e ha abilmente condizionato il proprio intervento diplomatico al raggiungimento di un cessate il fuoco regionale, affermandosi così come mediatore indispensabile.

Gli economisti invitano alla cautela. L’incontro di Pechino non ha sancito una vera pace, ma ha formalizzato una sorta di “instabilità gestita”. Stati Uniti e Cina hanno smesso di cercare la convergenza e si stanno strutturando per una prolungata, tesa ed estremamente complessa coesistenza competitiva globale.

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