Due giorni a Pechino, una passeggiata tra rose antiche e alberi millenari a Zhongnanhai, decine di miliardi di dollari di accordi commerciali annunciati con enfasi trionfale. Ma ciò che resta del summit Trump-Xi, al netto della scenografia imperiale, è qualcosa di molto più sottile e potenzialmente molto più pericoloso: un cambiamento, ancora sfumato, nella postura degli Stati Uniti su Taiwan.
«Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza»
Donald Trump è rientrato da Pechino con le parole che nessun presidente americano aveva mai pronunciato in modo così esplicito e disinvolto: Taiwan non deve dichiarare l’indipendenza, perché gli Stati Uniti non percorreranno quindicimila chilometri per andare in guerra. Lo ha detto in un’intervista a Fox News registrata nella capitale cinese, lo ha ribadito sull’Air Force One di ritorno a Washington, lo ha declinato in mille varianti. «voglio che Taipei si calmi, voglio che la Cina si calmi», senza mai chiarire cosa succederà se invece qualcuno non si calmerà.
La reazione di Taipei non si è fatta attendere. Il Ministero degli Esteri taiwanese ha risposto con una nota ferma e calibrata: Taiwan «è una nazione democratica, sovrana e indipendente, non subordinata alla Repubblica Popolare Cinese». La politica di Washington, ha aggiunto il governo dell’isola, rimane «invariata». Una risposta diplomatica impeccabile, che però non riesce a nascondere l’inquietudine profonda che si respira a Taipei in queste ore.

Il pacchetto di armi: il nodo che nessuno vuole sciogliere
Al centro di tutto c’è un numero: quattordici miliardi di dollari. È il valore del pacchetto di armi, missili, intercettori per la difesa aerea, che il Congresso americano ha approvato per Taiwan a gennaio 2026, e che Trump non ha ancora formalmente trasmesso all’isola. Un’esitazione che era già diventata oggetto di polemiche nei mesi scorsi, e che dopo il summit di Pechino assume un peso ancora maggiore.
Trump ha discusso la questione con Xi «nei minimi dettagli», come ha ammesso egli stesso. Ha riconosciuto di aver parlato con il leader cinese anche delle cosiddette «Six Assurances» del 1982, gli impegni con cui Washington si era formalmente impegnata a non consultare Pechino prima di vendere armi a Taipei: impegni che Trump ha liquidato come «un accordo scritto nel 1982», ormai superato. «Prenderò una decisione», ha detto il presidente americano. Aggiungendo, sibillino: «L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento è una guerra a novemilacinquecento chilometri da casa».
Al Congresso, l’allarme è bipartisan. Senatori democratici e repubblicani hanno scritto lettere, convocato audizioni, espresso timori che la Casa Bianca stia segnalando a Pechino una disponibilità a ridimensionare il sostegno militare a Taipei in cambio di concessioni commerciali o di cooperazione sul dossier Iran.
L’ambiguità strategica di Trump
Per decenni, gli Stati Uniti hanno gestito il dossier Taiwan attraverso quella che gli analisti chiamano «ambiguità strategica»: non impegnarsi esplicitamente a intervenire militarmente in caso di attacco cinese, ma nemmeno escluderlo. Un equilibrio sottile che ha tenuto a freno sia Pechino sia Taipei per quasi mezzo secolo.
Trump ha mantenuto formalmente questa ambiguità, ma le ha aggiunto un elemento nuovo e destabilizzante: la sua personale imprevedibilità. La risposta a un eventuale attacco cinese, ha lasciato intendere, dipende solo da lui e nessuno può sapere in anticipo quale sarà. Una formula che entusiasma i suoi sostenitori e che terrorizza gli alleati regionali: il Giappone, in particolare, con il primo ministro Sanae Takaichi che ha ricevuto una telefonata dall’Air Force One e si è trovata sempre più isolata con la sua linea tradizionalmente dura su Taipei. La Corea del Sud osserva in silenzio preoccupato.

Xi, dal canto suo, ha definito la visita di Trump un «momento storico» e ha accettato l’invito a recarsi a Washington il prossimo 24 settembre. Ha però avvertito, nei colloqui privati, che le divergenze su Taiwan, se mal gestite, potrebbero spingere le due potenze verso «scontri e persino conflitti». Una frase che suona a metà tra ammonimento diplomatico e messaggio strategico.
Sullo sfondo, l’Iran: il tassello che complica tutto
Mentre Trump ridisegnava i contorni dell’equazione su Taiwan, l’altro grande dossier geopolitico rimane sempre lì. La guerra con l’Iran , iniziata a fine febbraio con gli attacchi aerei americani e israeliani, dopo settimane di escalation, è entrata nel suo settantasettesimo giorno in una fase di fragile tregua, con il cessate il fuoco definito dallo stesso Trump su «supporto vitale di emergenza».
La CNN ha riportato nelle ultime ore che all’interno dell’amministrazione americana cresce la pressione di chi vorrebbe riprendere i raid, colpire infrastrutture energetiche, basi militari, persino la leadership iraniana, se i negoziati mediati dal Pakistan non dovessero produrre risultati concreti. Teheran ha risposto alla proposta americana con una controproposta definita «totalmente inaccettabile» da Washington. Lo Stretto di Hormuz, la posta in gioco energetica del conflitto, rimane un nodo irrisolto.
In questo contesto, la visita a Pechino aveva anche l’obiettivo di coinvolgere la Cina come garante o mediatore verso Teheran. Trump ha dichiarato che Xi si è offerto di aiutare, e che Pechino non fornirà armi all’Iran. Ma le posizioni ufficiali cinesi restano molto più caute: un cessate il fuoco permanente, sì; un’adesione attiva alla strategia americana, no.
Cosa resta dopo Pechino
Il summit della «stabilità controllata», così lo hanno definito alcuni analisti, ha prodotto accordi commerciali, una stretta di mano sul nucleare trilaterale con la Russia (su cui Xi avrebbe dato segnali positivi), e promesse di acquisti cinesi di soia, gas naturale e aerei Boeing. Sul piano geopolitico, però, le crepe restano.
Su Taiwan, Trump ha detto abbastanza da allarmare Taipei, Tokyo e Seoul, senza dire abbastanza da soddisfare Pechino. Ha aperto uno spazio ambiguo che entrambe le parti potrebbero essere tentate di riempire ciascuna a modo proprio. L’isola è rimasta, come sempre, al centro di tutto – non invitata al tavolo, eppure protagonista di ogni conversazione.






