Nel tentativo di ridefinire i rapporti tra la Silicon Valley e Washington, OpenAI ha proposto di cedere il 5% del proprio capitale azionario al governo degli Stati Uniti. Con una valutazione aziendale che ha recentemente toccato gli 852 miliardi di dollari a seguito di un round di finanziamento guidato dal fondo sovrano MGX, la partecipazione offerta avrebbe un valore astronomico di circa 42,6 miliardi di dollari. La notizia, emersa in queste ore del 2 luglio 2026, segna una svolta storica nella strategia dei giganti dell’intelligenza artificiale per affrontare il crescente scrutinio normativo.

L’iniziativa non nasce dal nulla, ma è il frutto di negoziazioni concettuali portate avanti da oltre un anno. L’amministratore delegato Sam Altman ha discusso questa possibilità direttamente con il Presidente Donald Trump e con i segretari Howard Lutnick e Scott Bessent. La visione di Altman prevede la creazione di un “Fondo di Ricchezza Pubblica” (Public Wealth Fund), un veicolo d’investimento ispirato all’Alaska Permanent Fund, che consentirebbe di distribuire i dividendi generati dall’intelligenza artificiale direttamente ai cittadini americani. Secondo i vertici dell’azienda, questa sarebbe la mossa più efficace per condividere i benefici tecnologici con la popolazione, chiedendo inoltre che anche rivali come Anthropic, Google e Meta aderiscano al progetto cedendo quote simili.
Le tempistiche dell’offerta, tuttavia, rivelano motivazioni più profonde legate al recente e duro giro di vite governativo. A giugno, l’amministrazione Trump ha firmato un severo ordine esecutivo focalizzato sulla sicurezza nazionale e sui rischi informatici. Le conseguenze per l’industria sono state dirompenti: la rivale Anthropic ha subito un divieto di esportazione d’emergenza che l’ha costretta a bloccare a livello globale l’accesso ai suoi avanzati modelli Claude Fable 5 e Mythos 5, una restrizione revocata solo parzialmente in questi giorni dopo l’introduzione di nuovi e stringenti controlli governativi. Anche la stessa OpenAI si è dovuta piegare alle richieste federali, rinviando il lancio pubblico dell’atteso GPT-5.6 e limitandone l’accesso iniziale a una ristrettissima cerchia di partner pre-approvati da Washington.
Offrendo una partecipazione così massiccia, OpenAI spera di trasformare il governo da severo regolatore a partner strategico co-interessato al successo dell’azienda. Esiste già un precedente nell’attuale amministrazione, che ha recentemente acquisito il 10% di Intel, un’operazione definita dallo stesso Trump come “una cosa bellissima”.

La mossa sta però sollevando pesanti dubbi. I critici avvertono dell’evidente rischio morale e dell’enorme conflitto d’interessi che si creerebbe qualora lo Stato diventasse contemporaneamente arbitro imparziale e azionista di maggioranza relativa della principale azienda di intelligenza artificiale al mondo. Nel frattempo, sul fronte politico, il senatore Bernie Sanders ha rilanciato con una contro-proposta ancora più aggressiva: un fondo sovrano indipendente finanziato non con una cessione volontaria, ma tramite una tassa una tantum del 50% sulle azioni delle grandi aziende del settore.





