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«L’oro non crede alla Fed»: 4.461 dollari alla vigilia del rialzo di Warsh, e le banche centrali continuano a comprare

Set 12, 2026 | Finanza


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Tempo di lettura: 5 min

  • L’oro ha chiuso venerdì a 4.461 dollari l’oncia (+1,78%), a meno del 7% dal massimo storico di 4.755 — proprio mentre i mercati scontano al 90% un rialzo dei tassi Fed mercoledì 16 settembre.
  • Per i manuali è un’anomalia: rendimenti reali in salita e decennale USA vicino al 5% dovrebbero affossare il metallo. Ma le banche centrali hanno comprato 288,9 tonnellate solo nel secondo trimestre (+62%) e non guardano il prezzo.
  • La storia è dalla parte dei tori: in 9 dei 13 cicli di rialzo dal 1971 l’oro è salito, con un guadagno medio del 49%. Goldman Sachs vede quota 5.400 dollari entro dicembre.

Analisi 12 settembre 2026

Lingotti e monete d'oro da investimento

Alla vigilia della settimana che potrebbe consegnare ai mercati il primo rialzo dei tassi dell’era Warsh, l’asset che secondo i manuali dovrebbe soffrire più di tutti sta facendo l’esatto contrario. L’oro ha chiuso la seduta di venerdì a 4.461 dollari l’oncia, in progresso dell’1,78%, a un passo dai massimi storici proprio mentre i future sui Fed funds scontano al 90% una stretta mercoledì e il decennale americano flirta con la soglia psicologica del 5%.

È un paradosso solo apparente. Dietro la corsa del metallo c’è una domanda strutturale che non guarda il prezzo, una guerra nel Golfo che tiene il Brent sopra i 104 dollari e una crisi di fiducia istituzionale che parte da Washington. Capire chi sta comprando — e perché — dice molto su cosa aspettarsi dopo la riunione del 16 settembre.

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