In un’intervista alla testata 36Kr, il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha lanciato un avvertimento che scuote l’industria tecnologica: le aziende di intelligenza artificiale affronteranno un “rischio esistenziale” se non genereranno ricavi nell’ordine delle “centinaia di miliardi” di dollari. Questa drastica affermazione mette a nudo l’insostenibile peso delle spese in conto capitale (CapEx) necessarie per alimentare la sfrenata corsa ai data center del futuro.
I numeri dell’IA
Anthropic sta attraversando una fase di crescita senza precedenti. A maggio 2026, l’azienda ha sfondato il muro dei 47 miliardi di dollari di ricavi ricorrenti annualizzati (ARR), segnando una crescita spaventosa rispetto al miliardo scarso registrato solo a fine 2024. Questo boom, trainato dall’adozione aziendale di strumenti come “Claude Code”, ha spinto la valutazione dell’azienda sul mercato privato a 965 miliardi di dollari, portandola a depositare segretamente le pratiche per un’attesissima IPO. L’azienda prevede persino di registrare il suo primo utile operativo (559 milioni di dollari) nel secondo trimestre del 2026.

Tuttavia, i costi per mantenere e alimentare questa egemonia sono titanici e strutturalmente fragili. Anthropic ha bloccato impegni per 330 miliardi di dollari in potenza di calcolo cloud con colossi come Amazon, Google e Microsoft, a cui si aggiungono 15 miliardi annui versati a SpaceX per lo sfruttamento dei data center “Colossus”. Il problema riguarda l’intero settore: OpenAI, ad esempio, perde 1,22 dollari per ogni dollaro incassato e stima perdite record di 85 miliardi di dollari per il solo 2029.
Questa voracità infrastrutturale, combinata ai limiti fisici imposti dalla catena di fornitura globale dei semiconduttori (come i colli di bottiglia di TSMC e ASML), ha portato molti analisti a temere una gigantesca bolla del debito industriale stimata in 9 trilioni di dollari entro la fine del decennio.
La fragilità e la soluzione decentralizzata
Oltre ai rischi puramente economici, il mercato deve far fronte alla minaccia del controllo centralizzato e geopolitico. L’industria ne ha avuto prova nel giugno 2026 con il modello “Claude Fable 5” di Anthropic, costretto al ritiro globale ad appena 72 ore dal rilascio a causa di un improvviso divieto di esportazione da parte del governo degli Stati Uniti, legato a timori di sicurezza nazionale e a potenziali vulnerabilità informatiche.
È esattamente in questa intersezione tra costi insostenibili e vulnerabilità dei sistemi centralizzati che il mercato delle criptovalute e del Web3 sta offrendo un modello di business alternativo e necessario: le DePIN (Decentralized Physical Infrastructure Networks).

Le reti DePIN ribaltano l’architettura convenzionale: anziché affidare miliardi di dollari a un singolo provider cloud, utilizzano protocolli blockchain e incentivi in token per aggregare potenza di calcolo (GPU) globale e latente da migliaia di fornitori indipendenti. Piattaforme come Render, io.net, Akash e Aethir non sono più un mero esperimento speculativo. Entro la metà del 2026, l’ecosistema del calcolo decentralizzato ha superato i 200 milioni di dollari in ricavi on-chain, con costi operativi per l’affitto delle GPU inferiori fino al 60% rispetto ad Amazon Web Services.
Sebbene l’addestramento primario dei giganteschi modelli fondativi richieda ancora l’infrastruttura sincrona a bassa latenza dei grandi colossi tecnologici, le DePIN stanno conquistando la fase dell’inferenza, dell’elaborazione video e degli agenti IA autonomi—che rappresentano la porzione più ampia e redditizia della domanda globale di calcolo.
L’avvertimento da “centinaia di miliardi” lanciato da Amodei non è una boutade, ma un sintomo. L’intersezione tra intelligenza artificiale e le reti blockchain di calcolo fisico distribuito sta diventando non solo un’opportunità lucrativa per gli investitori, ma forse l’unica infrastruttura resiliente e sostenibile in grado di assorbire l’urto economico della prossima rivoluzione digitale.





