Dalla Cambogia, la presidente della BCE avverte che l’indipendenza della banca centrale americana resta sotto minaccia e che la stabilità dei prezzi non può essere negoziata con i governi
C’è qualcosa di simbolicamente potente nel fatto che Christine Lagarde abbia scelto il Sud-Est asiatico (Phnom Penh, Cambogia) per lanciare uno dei suoi moniti più espliciti sul futuro della politica monetaria globale. Lontana dai corridoi di Francoforte e dai palazzi di Bruxelles, la presidente della Banca Centrale Europea ha parlato giovedì mattina a un’assemblea di banchieri centrali dei paesi francofoni, e le sue parole hanno risuonato ben oltre la sala del convegno.
Il messaggio era chiaro: l’indipendenza della Federal Reserve americana è ancora a rischio, e difenderla richiede il sostegno attivo non solo degli istituti bancari, ma dei legislatori e degli stessi cittadini.
Il contesto: una Fed appena cambiata di vertice
Per capire il peso delle dichiarazioni di Lagarde, occorre inquadrare il momento storico. Appena sei giorni fa, il 22 maggio 2026, Kevin Warsh è stato giurato come 17° presidente della Federal Reserve in una cerimonia alla Casa Bianca presieduta dal giudice della Corte Suprema Clarence Thomas. Warsh, confermato dal Senato il 13 maggio con un voto di 54 a 45, il più divisivo nella storia della Fed, subentra a Jerome Powell, il cui secondo mandato era scaduto il 15 maggio.

Powell, tuttavia, ha deciso di restare nel consiglio della Fed come governatore fino al gennaio 2028, dichiarando esplicitamente di voler rimanere finché non sarà certo che la banca centrale abbia respinto con successo le pressioni politiche sulla propria autonomia.
La transizione al vertice ha avuto contorni tutt’altro che ordinari. Il mandato di Powell è stato segnato da critiche ripetute e spesso personali da parte di Trump, che per anni ha preteso tagli aggressivi ai tassi e ha accusato il governatore di avere la “Trump derangement syndrome”. Ora, nonostante Trump abbia dichiarato alla cerimonia di volere un Warsh “totalmente indipendente”, in un comizio successivo ha annunciato che i tassi sarebbero scesi “molto rapidamente”, una contraddizione che non è sfuggita agli osservatori internazionali.
Le parole di Lagarde: la stabilità dei prezzi non si tratta
È in questo contesto che le dichiarazioni di Lagarde acquistano tutto il loro peso. Parlando a Phnom Penh, la presidente della BCE ha sottolineato che la capacità dei responsabili delle politiche monetarie di prendere decisioni sgradite ai governi è oggi esposta a minacce crescenti, mentre molteplici shock economici spingono i prezzi verso l’alto frenando al tempo stesso la crescita.
La ricetta proposta da Lagarde per proteggere l’autonomia delle banche centrali si articola su tre pilastri. Il primo è la credibilità: l’indipendenza può essere preservata quando esiste credibilità, e difenderla non spetta esclusivamente alla banca centrale stessa. Il secondo è la concentrazione sul mandato: l’indipendenza si mantiene concentrandosi strettamente sull’inflazione come obiettivo primario e agendo per contenere i rincari anche quando farlo comporta un costo economico. Il terzo è la fermezza: la stabilità dei prezzi deve restare l’obiettivo principale e va difesa anche quando il costo è reale e immediato.
Non è la prima volta che Lagarde si espone su questo terreno. In una precedente intervista a Radio Classique, la presidente della BCE aveva avvertito che se la politica monetaria americana non fosse più indipendente e dipendesse invece “dai diktat di una persona o di un’altra”, l’equilibrio dell’economia statunitense, e di conseguenza dell’intera economia mondiale, ne risulterebbe profondamente compromesso.
La solidarietà internazionale dei banchieri centrali
Il fronte di difesa dell’autonomia monetaria non è certo solitario. Lo scorso 13 gennaio 2026, un documento firmato da Lagarde a nome del Consiglio direttivo della BCE, insieme al governatore della Bank of England Andrew Bailey e ai vertici di numerose altre banche centrali mondiali, ha espresso “piena solidarietà” con la Federal Reserve e con il presidente Jerome Powell, definendo l’indipendenza delle banche centrali “un pilastro della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica nell’interesse dei cittadini”.

Un fronte compatto che tuttavia non può ignorare le nuove realtà politiche. Secondo un rapporto del Group of 30 guidato dall’ex presidente della Fed di New York William Dudley, pubblicato all’inizio di maggio, la Federal Reserve deve migliorare la propria esecuzione della politica monetaria e la comunicazione con investitori e pubblico se vuole proteggersi dagli attacchi politici in corso.
Stagflazione all’orizzonte: il terreno più insidioso
C’è un elemento tecnico nelle parole di Lagarde che merita attenzione: il riferimento a uno scenario di stagflazione, cioè la combinazione di inflazione alta e crescita debole o recessione. È esattamente la situazione più difficile per una banca centrale indipendente, perché qualsiasi decisione, alzare i tassi per combattere i prezzi o tenerli bassi per sostenere l’economia, può essere trasformata in argomento politico.
In questo scenario, le pressioni sui banchieri centrali si moltiplicano. Abbassare i tassi per favorire la crescita è popolare; alzarli per frenare l’inflazione è doloroso ma necessario. È precisamente in questi momenti che l’indipendenza viene messa alla prova.
Il paradosso Warsh
Il nuovo presidente della Fed si trova dunque in una posizione delicatissima. Le sue prese di posizione pubbliche suggeriscono una disciplina più rigida sull’inflazione, una comunicazione più snella e una focalizzazione più stretta sui compiti della banca centrale, elementi che sulla carta rassicurano chi teme una Fed politicizzata. Ma durante l’audizione di conferma, diversi senatori lo hanno incalzato sulla questione se Trump gli avesse chiesto di predeterminare le decisioni sui tassi di interesse. Warsh ha risposto negativamente, ma il solo fatto che la domanda fosse necessaria dice molto sul clima attuale.
L’allarme di Lagarde è in fondo un messaggio che attraversa l’Atlantico: le banche centrali non possono essere strumenti di consenso. La politica monetaria è, per sua natura, impopolare nei momenti che contano di più. Ed è in quei momenti che la sua indipendenza deve essere più granitica, non più fragile.






