flexile-white-logo
M
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Ricevi le News della settimana
Direttamente nella tua email ogni sabato i titoli di tutti i nuovi articoli della settimana Eleva!

Il 68% delle aziende europee resta o si espande in Cina: il sondaggio che smentisce il “de-risking” di Bruxelles

Mag 27, 2026 | MacroEconomia

Nonostante anni di appelli da Bruxelles a ridurre la dipendenza dalla Cina, le imprese europee stanno facendo esattamente il contrario: il 68% delle aziende europee intervistate dalla Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina ha dichiarato di mantenere o ampliare le proprie operazioni nel Paese. I dati emergono da un rapporto pubblicato oggi, mercoledì 27 maggio, che fotografa una realtà commerciale in netto contrasto con la narrativa politica dominante in Europa.

I numeri del sondaggio

Il sondaggio si basa sulle risposte di quasi 300 membri della Camera, raccolte tra gennaio e febbraio, tutti con una conoscenza diretta delle strategie di supply chain delle proprie aziende in Cina continentale. Quasi un terzo degli intervistati ha dichiarato di star portando ulteriori attività produttive in Cina (onshoring), mentre il 37% ha affermato di non aver modificato la propria strategia negli ultimi due anni. In poche parole: la stragrande maggioranza non si sta muovendo affatto verso un disimpegno.

Solo il 7% degli intervistati ha dichiarato di star spostando l’approvvigionamento produttivo fuori dalla Cina o di star allestendo basi manifatturiere alternative altrove. Un dato marginale, che dice molto sull’effettiva capacità delle pressioni politiche di cambiare le scelte di business.

“Il de-risking non è un tema”

Jens Eskelund, presidente della Camera di Commercio UE in Cina, è stato netto: “Non vediamo il de-risking diventare un tema. Semmai, i dati indicano che le aziende europee continuano ad essere sempre più dipendenti dalla Cina come luogo di approvvigionamento e produzione.”

Circa il 24% dei membri ha dichiarato di adottare una strategia mista: espandere in Cina e, allo stesso tempo, sviluppare fornitori alternativi altrove. Una diversificazione cauta, dunque, non una fuga.

Il fattore automazione: le fabbriche senza operai

Al cuore di questa tendenza c’è una trasformazione tecnologica silenziosa ma dirompente. Denis Depoux, senior partner e global managing director di Roland Berger, la società di consulenza che ha collaborato alla realizzazione del sondaggio, ha dichiarato: “Il costo del lavoro, che comunque potrebbe essere più basso, sta diventando irrilevante a causa dell’automazione. La differenza nel livello di automazione rispetto a due anni fa è sbalorditiva. Non si vede più nessuno.” Depoux ha descritto la sua visita questa settimana a un’azienda cinese privata produttrice di rame, dove la produzione avviene ormai quasi interamente senza presenza umana.

L’esempio più emblematico viene dal settore automotive: il produttore cinese di veicoli elettrici Nio, che ha espanso la sua presenza in Europa, gestisce una fabbrica in Cina con 941 robot capaci di lavorare in modo completamente autonomo su più modelli di veicoli contemporaneamente, senza lavoratori sul pavimento della produzione. Questo livello di automazione, unito a prezzi dell’energia industriale competitivi e alla vicinanza alle materie prime, consente ai prodotti cinesi di raggiungere i mercati globali prima e a costi inferiori rispetto alla concorrenza.

La Cina, un quarto del manifatturiero mondiale

Il contesto macroeconomico rafforza il quadro. La Cina rappresenta oggi circa il 28% dei beni prodotti a livello globale, nonostante i dazi applicati da Stati Uniti e Unione Europea. Un peso che rende praticamente impossibile, per chi vuole competere sui prezzi, ignorare le catene del valore cinesi.

Tre quarti delle aziende europee presenti in Cina hanno dichiarato che i propri impianti produttivi nel Paese sono più efficienti rispetto alle operazioni condotte altrove. Un dato che spiega, più di qualsiasi discorso politico, perché la direzione reale delle scelte aziendali diverga così nettamente dalla retorica europea sulla “riduzione del rischio”.

La Commissione europea guarda, le imprese fanno

La Commissione europea starebbe intensificando il proprio scrutinio sulle pratiche commerciali cinesi, ma le imprese, come spesso accade, guardano ai bilanci, non ai comunicati di Bruxelles. Il sondaggio di oggi è, in questo senso, uno specchio impietoso del divario tra intenzioni politiche e decisioni economiche reali.

La domanda che resta aperta è: quanto a lungo l’Europa potrà permettersi di avere una politica industriale che punta a est e catene produttive che tirano ancora verso Pechino?

Condividi questo articolo sui tuoi social

Di più da Eleva