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Guerra dei chip: l’assedio di Google all’impero di Nvidia a colpi di miliardi e finanza creativa

Giu 20, 2026 | Aziende

Il monopolio quasi assoluto di Nvidia nel mercato dei chip per l’intelligenza artificiale, con quote stimate oltre il 90%, sta per affrontare la sua sfida esistenziale più complessa. Come rivelato da recenti inchieste, Google ha deciso di scendere in campo aperto, adottando e potenziando le stesse strategie aggressive che hanno decretato il successo del colosso guidato da Jensen Huang. Mountain View ha infatti smesso di riservare i propri processori (le TPU) all’uso esclusivo dei suoi server interni, iniziando a commercializzarli direttamente a clienti terzi e trasformandosi in un vero e proprio fornitore hardware indipendente.

L’arma principale di questa offensiva è l’uso spregiudicato del bilancio di Alphabet per creare domanda indotta, una tattica nota come “finanziamento circolare”. Google sta offrendo garanzie finanziarie miliardarie agli sviluppatori immobiliari ed energetici che costruiscono i nuovi colossali data center, impegnandosi a coprire eventuali insolvenze per rassicurare le banche e permettere così ai costruttori di ottenere i prestiti necessari a tassi agevolati. In cambio di questo scudo, le nuove infrastrutture vengono equipaggiate con flotte di TPU e affittate a partner strategici di Google, primo fra tutti Anthropic.

I cantieri di questa transizione sono imponenti. Nello stato di New York, Google ha sostenuto il progetto Lake Mariner con una garanzia di 3,2 miliardi di dollari. Su scala ancora più vasta, in Louisiana sta sorgendo il campus River Bend: un accordo di leasing da 7 miliardi di dollari lungo quindici anni, stipulato tra gli sviluppatori Hut 8 e FluidStack, con Google che funge da garante di ultima istanza.

Ma la vera rivoluzione si sta consumando nei salotti di Wall Street, dove i semiconduttori per l’IA sono diventati una vera e propria “asset class” fisica. I giganti del credito privato Apollo Global Management e Blackstone hanno recentemente orchestrato una linea di credito da ben 35 miliardi di dollari. Attraverso una società veicolo (SPV), questi fondi vengono usati per acquistare i chip di Google e noleggiarli ad Anthropic, permettendo alla startup di finanziare un’infrastruttura titanica mantenendo il debito fuori dal proprio bilancio, mossa fondamentale in vista di una sua futura quotazione in borsa.

Sostenere questi ritmi richiede capitali immensi. A inizio giugno, Alphabet ha completato un aumento di capitale record da quasi 85 miliardi di dollari per espandere la propria infrastruttura AI, incassando persino un assegno da 10 miliardi di dollari dalla Berkshire Hathaway di Warren Buffett, segno di come la finanza tradizionale veda ormai i data center come utility a lungo termine. Parte di questi sforzi si riversa anche su “N1”, una joint venture da 5 miliardi di dollari lanciata proprio con Blackstone per creare un nuovo cloud provider neutrale basato sulle TPU, progettato per sottrarre clienti all’ecosistema esclusivo di Nvidia.

La controffensiva non si limita a Google. Anche Amazon sta cavalcando questo trend, trattando la vendita diretta dei propri chip personalizzati Trainium ad aziende esterne per assecondare il bisogno di “AI sovrana” dell’Europa, puntando a un giro d’affari hardware potenziale di 50 miliardi di dollari all’anno.

Nonostante questo assedio senza precedenti, la fortezza di Nvidia resta solida. Il vero fossato a protezione di Santa Clara è invisibile: si tratta del software CUDA, lo standard di programmazione universale su cui si basano milioni di sviluppatori, che rende la migrazione verso i chip di Google o Amazon costosa e complessa. Tuttavia, la mobilitazione di Google certifica un cambiamento epocale per il mercato tecnologico: la corsa all’intelligenza artificiale non si vince più solo nei laboratori, ma attraverso alleanze strutturali tra i giganti della Silicon Valley e l’alta finanza globale.

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