La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha respinto in via definitiva il ricorso presentato da Google e dalla sua società madre Alphabet, confermando una sanzione antitrust da 4,125 miliardi di euro (circa 4,7 miliardi di dollari). La sentenza chiude una complessa battaglia legale iniziata otto anni fa e segna un momento storico per la regolamentazione dei colossi tecnologici in Europa.
Il caso risale al 2018, quando la Commissione Europea accusò l’azienda di Mountain View di aver abusato della propria posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi per dispositivi mobili attraverso Android. L’indagine dimostrò che Google imponeva ai produttori di smartphone contratti restrittivi: per poter ottenere la licenza d’uso del fondamentale negozio digitale Google Play, i produttori erano obbligati a preinstallare di default anche il motore di ricerca Google Search e il browser Chrome.

Nella sua decisione definitiva, la più alta corte di Lussemburgo ha respinto con fermezza la linea difensiva di Google, la quale sosteneva che gli utenti fossero liberi di scaricare applicazioni concorrenti con pochi tocchi sullo schermo del proprio telefono. La Corte ha invece dato ragione all’Antitrust europeo, validando l’argomentazione economica secondo cui le app preinstallate godono di un forte “pregiudizio dello status quo” (status quo bias). I consumatori, infatti, raramente modificano le impostazioni di fabbrica, garantendo così un vantaggio illecito e una barriera insormontabile contro i rivali commerciali. I giudici hanno inoltre stabilito che non fosse necessaria una complessa analisi controfattuale per comprovare l’abuso in questo specifico ecosistema.
L’azienda ha espresso forte disappunto per l’esito del processo. Un portavoce ufficiale ha dichiarato che la sentenza ignora i significativi investimenti fatti per mantenere la piattaforma Android “aperta, interoperabile e gratuita”, ricordando che Google aveva già modificato i propri accordi commerciali in Europa fin dal 2018 per conformarsi alle direttive originarie. Di segno totalmente opposto la reazione del BEUC (Organizzazione Europea dei Consumatori). Il suo direttore generale, Agustin Reyna, ha celebrato il verdetto definendolo “una grande vittoria per l’Europa”, sottolineando che per anni gli utenti sono stati indebitamente indirizzati verso i prodotti Google a discapito di alternative che garantivano maggiore privacy o innovazione.

Questa storica condanna si inserisce in un quadro di accerchiamento normativo sempre più rigido per l’azienda. Appena 24 ore prima (il 1° luglio 2026), un tribunale svedese ha ordinato a Google di pagare circa 1,97 miliardi di dollari di risarcimento al comparatore prezzi PriceRunner (di proprietà del gruppo Klarna) per un’altra decennale violazione antitrust riguardante i risultati di ricerca. L’esito del caso Android, unito ai nuovi poteri conferiti alle autorità di Bruxelles dal Digital Markets Act (DMA), lancia un messaggio chiaro a tutta l’industria tecnologica globale: l’Unione Europea è pronta ad agire con decisione e sanzioni miliardarie per preservare la libera concorrenza nel mercato digitale.





