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Fallisce la tregua, USA e Iran si scambiano pesanti attacchi missilistici nello Stretto di Hormuz

Lug 13, 2026 | Geo/Politica

Il Medio Oriente precipita nuovamente nel caos. Nella notte tra domenica e lunedì 13 luglio 2026, gli Stati Uniti e l’Iran hanno dato vita a un’intensa serie di attacchi e contrattacchi militari che rischiano di paralizzare definitivamente lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. La fragile tregua siglata solo un mese fa sembra ormai giunta al capolinea, compromettendo le speranze di una pacificazione dell’area.

L’escalation ha avuto il suo culmine nel fine settimana, quando le forze iraniane hanno colpito la M/V GFS Galaxy, una nave portacontainer battente bandiera cipriota, accusandola di transitare in una rotta non autorizzata da Teheran. L’attacco ha causato un grave incendio nella sala macchine, costretto l’equipaggio ad abbandonare la nave e provocato la dispersione in mare di un marinaio indiano. In risposta, il Comando Centrale americano (CENTCOM), su ordine del Presidente Donald Trump, ha lanciato molteplici ondate di raid aerei per azzerare la capacità di minaccia navale dell’Iran. Gli Stati Uniti hanno colpito circa 140 obiettivi in una sola notte, arrivando a colpire oltre 300 siti militari iraniani, tra cui difese aeree, moli, imbarcazioni d’assalto rapido e radar costieri, in pochi giorni.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere e ha allargato geograficamente il conflitto in tutto il bacino del Golfo. Le Guardie della Rivoluzione (IRGC) hanno lanciato droni e missili balistici contro le nazioni della regione che ospitano basi militari statunitensi, mirando obiettivi in Bahrein, Kuwait, Giordania, Qatar e Oman. In Kuwait, un drone ha persino colpito una piattaforma di perforazione offshore, ferendo un lavoratore civile e segnalando un pericoloso salto di qualità verso infrastrutture non prettamente militari. Contestualmente, le autorità iraniane hanno dichiarato formalmente la chiusura dello Stretto di Hormuz, sostenendo che l’azione militare di Washington ha reso “inutili” tutti gli sforzi diplomatici per la gestione della navigazione. Gli Stati Uniti smentiscono la chiusura, assicurando che la via d’acqua resta aperta, sebbene il traffico di petroliere sia crollato a livelli minimi storici.

Le ripercussioni sul piano economico e geopolitico sono state immediate. L’incertezza sui flussi di greggio ha spinto al rialzo i prezzi dell’energia: all’apertura dei mercati asiatici, il petrolio Brent è balzato di oltre il 4%, superando i 79 dollari al barile. Contemporaneamente, l’onda d’urto del rinnovato conflitto ha innescato massicce liquidazioni sui mercati azionari. La borsa di Seul è sprofondata di oltre l’8%, trascinata a picco dal crollo dei giganti tecnologici e dei chip di memoria, sensibili ai costi energetici e all’inflazione globale.

Facendo il punto sulla regione, il Medio Oriente si ritrova imprigionato in quello che molti esperti definiscono un “vicolo cieco” strategico. I negoziati condotti in Oman tra americani e iraniani sulla regolamentazione dei transiti marittimi sono evaporati di fronte allo scambio di fuoco. Sebbene Donald Trump abbia annunciato in televisione che l’intesa è di fatto archiviata, bollando i leader iraniani con parole durissime, Washington e Teheran sembrano voler misurare i danni per evitare una conflagrazione totale. Tuttavia, la pioggia di missili di queste ore dimostra che la pace in Medio Oriente è appesa a un filo, pronta a spezzarsi e a trascinare il mondo in una nuova e prolungata emergenza di sicurezza e inflazione.

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