Il 15 giugno 2026 segna la fine di oltre tre mesi di guerra tra Stati Uniti e Iran. Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato il raggiungimento di uno storico accordo di pace, che verrà firmato ufficialmente venerdì 19 giugno a Ginevra, in Svizzera.
L’intesa preliminare, strutturata in 14 articoli trapelati attraverso l’agenzia di stampa iraniana Mehr, decreta la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, includendo esplicitamente il territorio del Libano. Tra i punti focali dell’accordo spiccano la rimozione del blocco navale americano e la sospensione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e petrolchimiche di Teheran. L’Iran si è impegnato a riaprire lo Stretto di Hormuz, arteria marittima da cui transita un quinto del fabbisogno petrolifero mondiale, entro 30 giorni, sebbene il presidente statunitense Donald Trump ne abbia già annunciato l’apertura “immediata e senza pedaggio” allo scopo di avviare subito le operazioni di sminamento.

La firma del memorandum farà scattare una delicata finestra di 60 giorni dedicata a complessi negoziati strutturali. In questa seconda fase si decideranno le sorti del programma nucleare iraniano e la revoca definitiva delle sanzioni internazionali. Il documento prevede inoltre lo sblocco progressivo di 24 miliardi di dollari di asset iraniani attualmente congelati all’estero; la metà di questi fondi dovrà essere resa disponibile a Teheran prima dell’avvio ufficiale dei nuovi colloqui.
La notizia ha provocato un’immediata ondata di ottimismo sui mercati finanziari globali, allontanando lo spettro della stagflazione. Il prezzo del greggio è crollato ai minimi da marzo, con il Brent sceso sotto gli 84 dollari al barile e il WTI in flessione verso gli 80 dollari. Le piazze azionarie asiatiche ed europee hanno registrato forti rialzi, trainate dalla prospettiva di un drastico abbassamento dei costi logistici e di approvvigionamento energetico. Le conseguenze si avvertono anche in Italia, dove si segnalano i primi decisi ribassi sui prezzi alla pompa di benzina e diesel. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha salutato la svolta diplomatica definendola “un’occasione di pace che va colta”, e ha offerto la disponibilità dell’Italia, d’intesa con i partner internazionali, a contribuire a una missione navale per accompagnare la riapertura di Hormuz.

Nonostante l’entusiasmo della comunità internazionale, l’architettura della pace si scontra con il fermo rifiuto di Israele. Il governo di Tel Aviv ha chiarito di non ritenere in alcun modo vincolante l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ribadito che le Forze di Difesa (IDF) manterranno a tempo indeterminato la loro presenza militare nei territori occupati in Libano, oltre che in Siria e nella Striscia di Gaza. Considerando che l’incolumità e la sovranità del Libano rappresentano una “linea rossa” negoziale per le autorità iraniane, l’opposizione israeliana si profila al momento come la più grande incognita sulla reale tenuta del cessate il fuoco.





