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Uber taglia il 10% del personale dell’assistenza clienti: “Dobbiamo abbracciare l’intelligenza artificiale”

Lug 23, 2026 | Aziende

È la prima volta che il colosso di San Francisco lega esplicitamente i licenziamenti all’AI. Chi resta in smart working dovrà trasferirsi in ufficio

Uber ha tagliato il 10% dei posti di lavoro nella divisione che si occupa dell’assistenza clienti. Lo ha comunicato mercoledì ai dipendenti del team “community operations”, spiegando in una nota che l’obiettivo è “semplificare le operazioni, rafforzare la collaborazione in presenza e continuare ad abbracciare l’AI”. La notizia è stata anticipata da Bloomberg.

Non è un dettaglio semantico. È la prima volta che Uber collega in modo diretto una riduzione di personale a un’operazione di efficienza guidata dall’intelligenza artificiale, e arriva a meno di due mesi dal round precedente: a giugno l’azienda aveva eliminato il 23% della divisione People, pari a meno dell’1% dei 34mila dipendenti globali, dopo l’arrivo di un nuovo presidente. Uber non ha reso noto quanti lavoratori conti oggi la struttura dell’assistenza clienti, il che rende impossibile quantificare l’impatto assoluto della decisione.

Il memo: “Organizzazione troppo complessa”

La motivazione più interessante non sta nel comunicato ufficiale ma nella comunicazione interna. “La nostra organizzazione è diventata troppo complessa e a compartimenti stagni”, ha scritto Megha Yethatika, vicepresidente delle global community operations, in un memo alla sua divisione. Il dipartimento “ha fatto qualche passo avanti” nell’uso dell’AI, ha aggiunto, “ma per sbloccare questo potenziale serve un’organizzazione efficace su cui stratificare l’AI. Non possiamo scalare tecnologia di frontiera sopra processi frammentati”.

È un’inversione logica rispetto alla narrativa dominante. Qui l’AI non sostituisce direttamente le persone: è la ristrutturazione a essere presentata come precondizione per far funzionare l’AI. Una formula che sposta il baricentro del discorso, dai robot che rubano il lavoro all’organigramma che va riscritto perché i robot possano entrare.

Al taglio si accompagna una stretta sul lavoro da remoto. I dipendenti del team che lavoravano a distanza sono stati invitati a trasferirsi presso un ufficio hub, coerentemente con il mandato aziendale di rientro in sede.

Il contesto: un anno di licenziamenti firmati AI

La mossa di Uber si inserisce in una sequenza ormai fitta. Secondo la società di outplacement Challenger, Gray & Christmas, solo tra marzo e aprile 2026 i datori di lavoro statunitensi hanno attribuito 36.831 licenziamenti direttamente all’intelligenza artificiale, e quasi un quarto dei tagli del primo trimestre 2026 ha citato esplicitamente l’automazione o la ristrutturazione guidata dall’AI nei documenti ufficiali.

I precedenti sono pesanti. Block ha tagliato 4.000 posti a febbraio, quasi metà della forza lavoro; Oracle ha totalizzato 21.000 uscite in dodici mesi; Amazon ha eliminato 16.000 posizioni corporate a gennaio dopo le 14.000 di ottobre. Sul fronte specifico dell’assistenza clienti il caso simbolo resta Salesforce: circa 4.000 ruoli di supporto cancellati, con il team ridotto da 9.000 a 5.000 unità, e l’amministratore delegato Marc Benioff che ha spiegato di aver bisogno di “meno teste” perché gli agenti AI svolgono ormai quel lavoro.

Vale però registrare anche lo scetticismo. Gartner prevede che entro il 2027 metà delle aziende che hanno attribuito all’AI la riduzione del personale nel customer service riassumerà lavoratori per svolgere funzioni analoghe, anche se sotto etichette diverse. Un’ipotesi che, se confermata, trasformerebbe una parte di questi tagli in un costoso giro a vuoto.

Un’azienda che taglia e assume

Il paradosso è che Uber non sta smettendo di assumere. L’azienda aveva annunciato a maggio un rallentamento delle assunzioni dovuto all’uso interno dell’AI, ma sulla propria pagina lavoro continua a cercare oltre 500 profili, inclusi ingegneri a supporto delle partnership sui robotaxi. La direzione è chiara: si comprime il supporto umano, si investe sull’autonomia dei veicoli.

I conti, del resto, non giustificano tagli emergenziali. Nel primo trimestre 2026 i ricavi sono cresciuti del 14% a 13,2 miliardi di dollari, le prenotazioni lorde del 25% a 53,7 miliardi e l’EBITDA rettificato del 33%, a circa 2,5 miliardi. La capitalizzazione si aggira sui 143 miliardi, con il titolo attorno ai 70 dollari, lontano dai massimi e sotto il target medio degli analisti.

È il tratto che accomuna quasi tutti i casi di questa stagione, come ha notato Customer Experience Magazine: aziende profittevoli che tagliano da posizioni di forza, con decisioni sull’organico prese in base a ciò che l’AI promette di fare, più che a ciò che ha dimostrato di saper fare.

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