L’amministrazione statunitense ha innescato (nuovamente) quella che potrebbe diventare una delle più gravi crisi commerciali della storia nordamericana recente. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato lunedì tre ordini esecutivi che impongono dazi del 50% su un’ampia gamma di prodotti canadesi, accusando Ottawa di una “continua discriminazione” contro le esportazioni americane. Le nuove tariffe, che entreranno in vigore tra 30 giorni (il 19 agosto 2026), colpiranno settori chiave come l’automotive, i prodotti lattiero-caseari e le bevande alcoliche, estendendosi anche a beni di consumo generici come cemento, compensato e persino bastoni da hockey.
La mossa della Casa Bianca sfrutta una norma tecnica risalente all’era della Grande Depressione, la Sezione 338 del Tariff Act del 1930 (storicamente nota come legge Smoot-Hawley), che consente al presidente di sanzionare pesantemente i Paesi accusati di pratiche discriminatorie e ingiuste. Questa decisione alternativa si è resa necessaria dopo che una sentenza della Corte Suprema, emessa lo scorso febbraio, aveva impedito a Trump di utilizzare i poteri di emergenza nazionale per imporre tariffe doganali. Saranno esentati dai nuovi dazi il settore energetico, il potassio, i minerali critici e il pesce, ma la scure si abbatterà inesorabilmente sui beni attualmente protetti dall’accordo di libero scambio nordamericano (USMCA).

I proclami statunitensi nascono da tre principali contenziosi settoriali. In primo luogo, Washington accusa il Canada di penalizzare l’industria automobilistica statunitense applicando quote restrittive e dazi del 25% studiati per colpire le aziende che hanno riportato la produzione negli Stati Uniti. In secondo luogo, contesta il drastico boicottaggio degli alcolici statunitensi operato da quasi tutte le province canadesi a partire dal marzo 2025, che ha causato un crollo dell’81% dell’export di settore per un valore di quasi 600 milioni di dollari. Infine, punta il dito contro il rigido sistema canadese di gestione dell’offerta lattiero-casearia, considerato ingiustamente discriminatorio a vantaggio dei produttori di formaggio europei.
La reazione in Canada è stata immediata e politicamente trasversale. Il Primo Ministro Mark Carney ha condannato l’azione, definendola l’ennesima violazione unilaterale dell’accordo USMCA. Carney ha sottolineato che il Canada si è limitato a rispondere in modo proporzionale a precedenti sanzioni americane, pur ribadendo la disponibilità di Ottawa a negoziare intensamente per risolvere la disputa. Molto più duri i leader provinciali e l’opposizione: il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha promesso ritorsioni “dazio su dazio, dollaro su dollaro”, mentre la premier del Québec, Christine Fréchette, ha blindato il sistema a tutela dei produttori di latte definendolo assolutamente “non negoziabile”.

Le ripercussioni macroeconomiche non si sono fatte attendere sui mercati. Sull’onda dell’incertezza, la borsa di Toronto (TSX) ha chiuso in deciso ribasso e il dollaro canadese ha perso terreno, scendendo a quota 71,15 centesimi di dollaro Usa. Tuttavia, il salasso maggiore potrebbe colpire direttamente l’economia statunitense: a pochi mesi dalle elezioni di midterm del novembre 2026, economisti e istituti di ricerca avvertono che queste tariffe si tradurranno in un’imposta occulta per le famiglie americane. L’aumento dei prezzi colpirà i consumatori in un momento in cui l’inflazione sta già affrontando nuove pressioni causate dalle crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che stanno spingendo al rialzo il prezzo globale del petrolio.
Mentre i funzionari commerciali di Washington proseguono i negoziati bilaterali sull’USMCA a Città del Messico, lasciando il Canada in una posizione di isolamento diplomatico, i due Paesi hanno ora a disposizione una ristretta finestra di 30 giorni per evitare il peggio. Se non si giungerà a un compromesso, l’estate del 2026 segnerà una frattura senza precedenti nel cuore del libero mercato nordamericano.





