L’ascesa di SpaceX sui mercati finanziari ha riscritto le gerarchie di Wall Street. A pochi giorni dalla sua storica Offerta Pubblica Iniziale (IPO), l’azienda aerospaziale guidata da Elon Musk ha registrato un’impennata vertiginosa che l’ha portata a superare la capitalizzazione di mercato di Amazon, diventando la quinta società di maggior valore a livello globale. Nella giornata di martedì 16 giugno 2026, il titolo ha toccato picchi che hanno spinto la valutazione implicita dell’azienda a sfiorare i 3.000 miliardi di dollari, assestandosi poi a circa 2.660 miliardi alla chiusura, appena sopra il colosso dell’e-commerce fondato da Jeff Bezos.
Il balzo azionario, che ha visto il titolo crescere di circa il 50% rispetto al prezzo di collocamento di 135 dollari, è stato alimentato da un volume di scambi senza precedenti da parte degli investitori retail e dall’intensa attività sul mercato delle opzioni. A fare da catalizzatore è stata anche la notizia dell’acquisizione di Anysphere, la startup creatrice del popolare assistente di codifica AI Cursor, rilevata da SpaceX per 60 miliardi di dollari in un’operazione condotta interamente in azioni. Questa mossa strategica mira a rafforzare l’ecosistema di xAI, la divisione di intelligenza artificiale del gruppo, sfruttando le infrastrutture di supercalcolo di SpaceX per competere con rivali del calibro di OpenAI e Anthropic.

Tuttavia, il divario tra la valutazione stratosferica e i fondamentali economici reali solleva pesanti interrogativi. SpaceX ha chiuso il 2025 con ricavi di circa 18,7 miliardi di dollari e una perdita netta di 4,94 miliardi, numeri che contrastano aspramente con i 717 miliardi di fatturato e i 78 miliardi di utile netto registrati da Amazon.
È in questo contesto di marcata disconnessione tra fondamentali e quotazioni che si inserisce il duro commento di Michael Burry, il celebre investitore protagonista de “La grande scommessa”. Burry ha espresso un profondo scetticismo, paragonando l’attuale fissazione dei mercati per l’intelligenza artificiale alle fasi terminali della bolla delle dot-com del 2000. Ha attaccato frontalmente la valutazione di SpaceX, descrivendola come “fondamentalmente una piccola azienda spaziale, una società di telecomunicazioni di nicchia e una problematica azienda di social media” con entrate ancora inferiori ai 20 miliardi annui.
Eppure, nonostante la ferma convinzione che il titolo sia destinato a correggere al ribasso, Burry ha sorpreso gli analisti dichiarando di aver rinunciato a posizionarsi “short” (vendita allo scoperto). “Non sono coinvolto in SpaceX adesso. Né corto né lungo”, ha affermato attraverso la sua piattaforma.

Il motivo della sua immobilità risiede nel costo proibitivo dei contratti derivati. La volatilità implicita del titolo è talmente elevata che i market maker esigono premi assicurativi esorbitanti per le opzioni “put” (strumenti che generano profitto in caso di calo dell’azione). Burry ha rivelato di aver analizzato diverse opzioni con un prezzo di esercizio a 100 dollari, scoprendo che un contratto con scadenza a dicembre 2026 costava ben 6,75 dollari, mentre per orizzonti più lunghi si arrivava anche a 25 dollari. L’investitore ha ammesso di essere stato “tentato” da queste opzioni, ma ha preferito declinare, consapevole che se il titolo dovesse semplicemente stabilizzarsi intorno ai 200 dollari, il collasso della volatilità prosciugherebbe del tutto il valore della scommessa ribassista.
La rinuncia di Burry fotografa in modo emblematico l’attuale anomalia dei mercati. Mentre il rally speculativo rende Elon Musk il primo “trilionario” della storia, i grandi ribassisti restano ai margini, bloccati da un ecosistema finanziario in cui scommettere contro l’euforia collettiva è diventato, matematicamente, un rischio inaccettabile.





