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La nuova Fed di Kevin Warsh al primo test: tassi fermi al 3,50%, il prossimo passo sarà un rialzo?

Giu 17, 2026 | MacroEconomia

La giornata odierna segna un cambio di paradigma per i mercati finanziari globali. Alle ore 14:00 di Washington (20:00), la Federal Reserve annuncerà la sua decisione sui tassi di interesse, la prima sotto la presidenza di Kevin Warsh. Sebbene un temporaneo mantenimento del costo del denaro nell’intervallo tra il 3,50% e il 3,75% sia scontato al 97% dai trader, l’illusione di un imminente ciclo di tagli è ormai morta e sepolta. Il vero e cruciale interrogativo che agita Wall Street è solo uno: se e quando arriverà il prossimo rialzo.

Il debutto di Warsh, ex banchiere d’affari entrato in carica il 22 maggio, avviene infatti in un contesto macroeconomico surriscaldato che non concede spazio a posizioni morbide. L’inflazione statunitense a maggio ha registrato un’impennata violenta al 4,2% su base annua, spinta dallo shock energetico della guerra in Iran. Nonostante l’inflazione di fondo (core) si attesti al 2,9% e offra qualche timido segnale di stabilizzazione, la pressione sui prezzi al consumo rimane di gran lunga superiore al target del 2% stabilito dalla banca centrale.

Di fronte a questa fiammata, la narrativa del mercato è radicalmente cambiata. Le scommesse su uno o due tagli dei tassi entro dicembre, che dominavano l’avvio del 2026, sono state completamente cancellate. Oggi, i future sui federal funds prezzano una probabilità superiore al 60% per almeno un aumento dei tassi entro la fine dell’anno. Una svolta corroborata anche dal mondo accademico: secondo l’ultimo sondaggio condotto dal Financial Times e dalla University of Chicago, la maggioranza degli economisti ritiene che la Fed sarà costretta ad alzare i tassi di almeno un quarto di punto entro dicembre per domare i prezzi. Perfino all’interno del panel dei membri storici della Fed, ben 17 su 32 ex funzionari concordano sulla necessità di un imminente inasprimento monetario.

Ad allontanare definitivamente lo scenario di un allentamento è un mercato del lavoro straordinariamente resiliente. Con 172.000 nuovi posti di lavoro creati a maggio e un tasso di disoccupazione stabile al 4,3%, l’economia statunitense continua a correre. Una forza che priva Warsh di qualsiasi alibi macroeconomico per allentare la morsa monetaria, offrendo al contempo ai membri più intransigenti del FOMC gli argomenti per esigere un atteggiamento aggressivo.

Sul fronte geopolitico, l’annuncio di un imminente accordo di pace preliminare tra Stati Uniti e Iran, con la firma prevista per venerdì 19 giugno in Svizzera e la conseguente riapertura dello Stretto di Hormuz, ha provocato un crollo immediato del greggio WTI sotto la soglia degli 80 dollari al barile. Sebbene questo allentamento delle tensioni offra a Warsh un parziale spazio di manovra (breathing room), molti economisti avvertono che gli effetti dei passati rincari energetici sono già incorporati nella catena distributiva e continueranno a sostenere l’inflazione per mesi.

La prima, attesissima conferenza stampa del Presidente Warsh alle 14:30 (20:30 italiane) rappresenterà quindi un banco di prova epocale. Noto per la sua avversione alla forward guidance (la prassi di anticipare le future mosse della banca centrale), Warsh sembra intenzionato a inaugurare una nuova era di “ambiguità strategica”. Molti analisti scommettono che il nuovo capo della Fed deciderà di non inserire la propria previsione personale nel celebre dot plot, il grafico a punti che mappa le aspettative sui tassi del comitato. Un gesto di rottura radicale destinato a privare i mercati della loro storica direzione.

Inoltre, è quasi certa la rimozione dal comunicato ufficiale dell’easing bias (l’orientamento al taglio dei tassi). Un segnale che colossi del calibro di UBS hanno già metabolizzato, spostando le loro previsioni di un primo allentamento monetario direttamente a marzo 2027.

Questo scenario di tassi destinati a rimanere elevati, se non addirittura a salire ulteriormente, sta ridisegnando le mappe d’investimento globali. Se il Dow Jones consolida sui massimi storici oltre quota 52.000 punti grazie alla rotazione verso i titoli industriali e finanziari, il Nasdaq delle megacap tecnologiche ha subito una correzione dell’8% dai massimi (poi riassorbita in parte), penalizzato dall’aumento dei rendimenti dei Treasury decennali saliti in area 4,5%. Intanto, la divergenza globale si fa estrema: con la BCE che ha recentemente inasprito i tassi al 2,25% e la Bank of Japan che ha alzato il costo del denaro all’1% per difendere lo yen, il dollaro americano continua a fare la parte del leone sui mercati valutari.

Alle 14:30 l’era Powell sarà completamente conclusa. Davanti ai microfoni della sala stampa di Washington si presenterà un banchiere centrale pronto a imporre un regime rigoroso, dove non ci saranno più promesse e conteranno solo i nudi dati economici. Per Wall Street, abituata per un decennio alla rete di sicurezza della Fed, la ricreazione è finita: il rischio di una nuova stretta è reale, e d’ora in poi si naviga a vista.

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