flexile-white-logo
M
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Ricevi le News della settimana
Direttamente nella tua email ogni sabato i titoli di tutti i nuovi articoli della settimana Eleva!

Iran-Usa, la bozza finale è sul tavolo. Annuncio atteso a ore, ma il nodo uranio e Hormuz rischia di far saltare tutto

Mag 22, 2026 | Geo/Politica

I media arabi annunciano che il testo è pronto, un possibile annuncio è atteso «nelle prossime ore». Washington e Teheran però restano divise sui due punti più esplosivi: le scorte di uranio altamente arricchito e il controllo dello Stretto di Hormuz. Trump: «La guerra finirà presto». Ma il prezzo della pace è ancora da negoziare.


La notizia rimbalza da Riad al resto del mondo: l’emittente satellitare saudita Al Hadath afferma di aver ottenuto la bozza finale del possibile accordo tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. Un documento che, stando alle fonti citate dal canale, potrebbe essere accompagnato da un annuncio ufficiale nel giro di poche ore. Se confermata, sarebbe la svolta più significativa in un conflitto che da settimane tiene in scacco il Medio Oriente, i mercati globali e la libertà di navigazione in uno dei punti più strategici del pianeta.

Una bozza senza nucleare né missili

Il testo, per come viene descritto dai media arabi, è volutamente limitato nel suo perimetro. La bozza non menzionerebbe il programma nucleare iraniano né la questione dei missili balistici – i due dossier più complessi e potenzialmente divisivi dell’intera partita diplomatica. Al suo interno, invece, figurano impegni più immediatamente operativi: la cessazione delle operazioni militari e della cosiddetta “guerra mediatica”, il rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman. Il testo prevede anche un meccanismo congiunto per monitorare l’attuazione dell’accordo e gestire eventuali controversie, oltre a una graduale revoca delle sanzioni americane in cambio dell’impegno iraniano a rispettare i termini stabiliti. I negoziati sulle questioni ancora irrisolte – prima tra tutte quella nucleare – inizierebbero entro sette giorni dalla firma.

I nodi che restano: uranio e Hormuz

Nonostante l’ottimismo cautissimo che filtra dalle fonti pakistane, la realtà del negoziato appare più complicata. Un alto funzionario iraniano ha confermato a Reuters che, sì, le distanze si sono ridotte, ma i nodi principali sono intatti. Il più delicato riguarda le scorte di uranio altamente arricchito detenute da Teheran, che avrebbero raggiunto livelli di purezza prossimi a quelli necessari per la produzione di una bomba atomica. La Guida suprema Mojtaba Khamenei avrebbe già impartito un ordine esplicito: l’uranio non va trasferito all’estero. Per l’amministrazione Trump si tratta invece di una linea rossa assoluta. «Lo otterremo», ha detto il presidente americano in una dichiarazione ai giornalisti dalla Casa Bianca. «Non ne abbiamo bisogno e non lo vogliamo. Forse lo distruggeremo dopo averlo preso. Ma non permetteremo che lo abbiano loro».

L’altro grande ostacolo è lo Stretto di Hormuz. Secondo quanto riporta il New York Times, Teheran avrebbe avviato una discussione con l’Oman – storico alleato di Washington nella regione, per un sistema di pedaggi sulle navi che transitano nello Stretto. Una mossa che Washington considera del tutto inaccettabile. Il segretario di Stato Marco Rubio, intervenuto a margine della ministeriale Nato di Helsingborg, è stato netto: «Nessuno nel mondo sostiene un sistema di pedaggi sullo Stretto di Hormuz. È completamente illegale e ostacolerebbe qualsiasi accordo diplomatico». Rubio ha aggiunto che lo Stretto riaprirà «in un modo o nell’altro», ma che questa faccenda non può e non deve diventare un precedente globale: «Se ciò accadesse ad Hormuz, accadrebbe in altri cinque luoghi nel mondo».

Il Pakistan tira le fila, la Cina osserva

Il ruolo del Pakistan come mediatore è diventato cruciale. Islamabad ha gestito i colloqui indiretti tra Washington e Teheran in una fase in cui un contatto diretto è ancora politicamente improponibile per entrambe le parti. Le fonti pakistane, tuttavia, ammettono che ridurre le divergenze «non è facile, perché entrambe le parti hanno richieste elevate». Lo stesso canale diplomatico sottolinea che «non esiste alternativa a un accordo provvisorio» e che Islamabad ripone grande speranza nella Cina per far progredire il negoziato su uranio e Hormuz. Pechino, che ha interessi energetici enormi nella riapertura dello Stretto, osserva e si rende disponibile.

Sullo sfondo, la pressione economica e geopolitica si fa sempre più intensa. Bloomberg ha avvertito che se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso fino ad agosto, il mondo rischierebbe una crisi paragonabile a quella finanziaria del 2008. Ogni settimana di blocco navale equivale a miliardi di dollari di merci e petrolio bloccati, a flotte dirottate lungo rotte più lunghe e costose, a mercati dell’energia sotto tensione. Gli Stati Uniti hanno perso quasi un miliardo di dollari solo in droni nel corso del conflitto. La guerra ha un prezzo altissimo per tutti.

Nel frattempo, a Washington, i leader repubblicani della Camera hanno ritirato in extremis una mozione che avrebbe limitato i poteri di guerra di Trump contro l’Iran – un segnale che il Congresso, per ora, non è disposto a togliere leve diplomatiche al presidente in un momento così delicato.

Un accordo o una tregua?

La domanda che aleggia sui corridoi diplomatici di Islamabad, Washington e Teheran è una sola: quello che si prepara ad essere annunciato è un vero accordo di pace, o soltanto una tregua operativa che rimanda a data da destinarsi i problemi più spinosi? La struttura stessa della bozza ,che esclude nucleare e missili affidandoli a negoziati futuri, suggerisce la seconda ipotesi. Un accordo-ponte, nelle parole degli analisti, che congela le ostilità immediate ma lascia aperti i cantieri più pericolosi.

Trump dice che «la guerra finirà presto». Rubio parla di «lievi progressi». Le borse asiatiche salgono. Ma finché l’uranio resterà a Teheran e lo Stretto di Hormuz resterà una pedina nel gioco negoziale, la pace nel Golfo Persico rimarrà, per ora, una promessa ancora da sigillare.

Condividi questo articolo sui tuoi social

Di più da Eleva