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La sfida dei ricavi: OpenAI e Anthropic a un passo dalla Borsa

Mag 22, 2026 | Aziende

Nei primi mesi del 2026, le due startup più importanti dell’intelligenza artificiale hanno pubblicato i risultati del primo trimestre, disegnando uno scenario inatteso: non c’è più un dominatore assoluto, ma una corsa serrata in cui il sorpasso potrebbe già essere avvenuto.

Nel primo trimestre del 2026, OpenAI ha generato 5,7 miliardi di dollari di ricavi, superando Anthropic di quasi un miliardo. Sembrerebbe una vittoria netta. Ma guardando i numeri nel loro insieme, il quadro si ribalta.

Anthropic ha raggiunto un run-rate annualizzato di circa 45 miliardi di dollari, contro i 24 miliardi di OpenAI registrati ad aprile. Un anno fa, il divario era opposto e abissale: Anthropic valeva un miliardo all’anno, OpenAI già sei. La traiettoria della startup fondata da Dario e Daniela Amodei è stata la più ripida nella storia del software enterprise: da 87 milioni di run-rate nel gennaio 2024 a 30 miliardi nell’aprile 2026.

Il CEO Dario Amodei, parlando con i developer a inizio maggio, ha ammesso di essere rimasto sorpreso lui stesso: l’azienda aveva pianificato una crescita di dieci volte nel 2026, ma ha registrato ottanta volte quella prevista solo nel primo trimestre, al punto da mettere sotto pressione la capacità di calcolo disponibile.

La vera bomba però arriva dal secondo trimestre. Anthropic ha comunicato agli investitori di attendersi ricavi per 10,9 miliardi di dollari nel Q2 e un utile operativo di circa 559 milioni — il primo nella storia dell’azienda. Un risultato che, solo l’estate scorsa, era atteso non prima del 2028. Il costo del calcolo incideva per 71 centesimi su ogni dollaro di ricavi nel primo trimestre; la stima è che scenda a 56 centesimi nel trimestre in corso.

OpenAI, dal canto suo, paga ancora un margine operativo rettificato negativo del 122%, con perdite proiettate a 14 miliardi per il 2026. La redditività sul flusso di cassa non è attesa prima del 2029, mentre i costi di inferenza potrebbero raggiungere i 14 miliardi quest’anno. La strategia di Sam Altman resta però una scommessa sulla scala: il CEO ha dichiarato l’intenzione di investire fino a 600 miliardi di dollari in infrastrutture di calcolo entro il 2030.

A differenziare i due modelli di business è soprattutto la clientela. Anthropic conta oltre 300.000 aziende clienti, con l’80% dei ricavi proveniente dall’enterprise e più di 100.000 che usano Claude su Amazon Bedrock. OpenAI, al contrario, ha 900 milioni di utenti attivi settimanali su ChatGPT e oltre 50 milioni di abbonati paganti, con il segmento enterprise che rappresenta oggi più del 40% dei ricavi. Stessa meta, strade diverse: Anthropic ha scelto le aziende, OpenAI le persone.

Sul fronte crescita prodotti, entrambe puntano sul coding. OpenAI ha beneficiato del traino del suo agente di programmazione Codex, mentre Claude Code di Anthropic ha già superato il miliardo di dollari di run-rate annualizzato poco dopo il suo lancio.

Sullo sfondo di questa gara si agita la questione più attesa dagli investitori: la quotazione in Borsa. OpenAI sta lavorando con Goldman Sachs e Morgan Stanley per un’IPO confidenziale, puntando a un debutto sul mercato già a settembre 2026 a una valutazione potenzialmente superiore al Trillion di dollari (1.000 miliardi). Anthropic, invece, punta a una raccolta tra 30 e 50 miliardi con una valutazione fino a 950 miliardi — superando quella di OpenAI — e valuta un’IPO entro ottobre.

Chi vincerà questa corsa? Secondo Counterpoint Research, Anthropic detiene già il 31,4% dei ricavi globali da modelli linguistici nel Q1 2026, davanti a OpenAI al 29%, avendo conquistato il segmento professionale premium. Ma OpenAI resta il marchio più riconoscibile al mondo nell’AI di massa, con una base utenti senza eguali.

Quello che è certo è che la narrativa è cambiata: non si parla più di startup che bruciano cassa nell’attesa di un futuro lontano. Si parla di due aziende che, insieme, muovono decine di miliardi di dollari a trimestre e si avvicinano ai mercati pubblici portando con sé i conti — e le contraddizioni — di un’industria che cresce più in fretta di chiunque sappia gestirla

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