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Verbali Fed: «Il rialzo dei tassi torna sul tavolo» – e i mercati tremano

Mag 21, 2026 | MacroEconomia

I minutes della riunione di aprile rivelano una banca centrale in bilico tra inflazione ostinata, guerra in Medio Oriente e il passaggio di consegne tra Powell e Warsh. Il mercato adesso prezza al 30% la probabilità di una stretta entro il primo trimestre del 2027.

Ieri sera la Federal Reserve ha pubblicato i minutes della riunione del Federal Open Market Committee del 28 e 29 aprile scorsi, e il messaggio che ne emerge è più duro del previsto: i tassi resteranno invariati nel corridoio tra il 3,50% e il 3,75%, ma per la prima volta dal ciclo di rialzi del 2022-2023, una maggioranza di membri ha dichiarato apertamente che un ulteriore inasprimento monetario potrebbe rendersi necessario se l’inflazione continuasse a correre al di sopra del target del 2%.

Non è un cambiamento formale di rotta. Ma è un avvertimento difficile da ignorare.

Inflazione ancora sopra il target, e il Medio Oriente complica i conti

La fotografia macroeconomica che i verbali restituiscono è quella di un’economia solida – il PIL reale è cresciuto del 2% annualizzato nel primo trimestre 2026, sopra le attese – ma con un’inflazione che si rifiuta di rientrare nei ranghi. Il PCE totale si attestava al 2,8% a febbraio; quello core al 3,0%. A marzo, secondo le stime dello staff della Fed, entrambi hanno accelerato ulteriormente: il dato totale sarebbe balzato al 3,5% e il core al 3,2%, trainati da un’impennata dei prezzi energetici legata al conflitto in Medio Oriente.

È proprio la guerra in corso a dominare l’intero documento come variabile centrale. I prezzi del greggio hanno risalito la curva dei futures, i costi di spedizione sono saliti, i prezzi dei fertilizzanti hanno messo sotto pressione il settore agricolo e le filiere globali hanno accusato nuovi allungamenti nei tempi di consegna. Al tempo stesso, l’inflazione dei beni core risente ancora dell’effetto tariffe, con prezzi dei beni importati in rialzo rispetto a un anno fa.

Lo staff ha rivisto al rialzo le proiezioni inflazionistiche rispetto alla riunione di marzo, pur mantenendo l’ipotesi di base che l’effetto energetico e tariffario sia destinato ad attenuarsi nella seconda metà del 2026. I rischi, però, sono visti come inclinati al rialzo: con cinque anni consecutivi di inflazione sopra il 2%, la Fed teme che le aspettative possano iniziare a disancorarsi e che wage- e price-setting inizino a incorporare strutturalmente prezzi più alti.

La frattura interna: chi vuole tagliare e chi vuole alzare

La vera notizia politica dei verbali è nel voto e nelle posizioni interne. Undici membri su dodici hanno votato per mantenere i tassi invariati – ma quattro di loro lo hanno fatto con riserve significative.

Stephen Miran ha votato apertamente per un taglio da 25 punti base, ritenendo l’attuale stance troppo restrittiva in un contesto di rischi al ribasso per il mercato del lavoro. All’opposto, Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan si sono opposti non alla decisione di mantenere i tassi, ma all’inclusione nel comunicato di un linguaggio che implicasse un orientamento verso futuri tagli, il cosiddetto “easing bias”. Questi tre membri avrebbero preferito una formulazione più neutrale, lasciando aperta in modo esplicito la porta a un rialzo.

Una banca centrale divisa in modo così bilanciato, tra chi vuole tagliare e chi vuole alzare, è una banca centrale che di fatto è ferma per necessità, non per convinzione.

Il mercato prende nota: 30% di probabilità di rialzo entro marzo 2027

I mercati hanno reagito rapidamente. Prima della pubblicazione dei verbali, i futures già non prezzavano tagli per il 2026; dopo la lettura, le opzioni sui tassi mostrano circa il 30% di probabilità di almeno un rialzo entro il primo trimestre del 2027. Il sondaggio condotto dalla Fed stessa tra i suoi principali interlocutori di mercato, il Desk Survey, indicava come scenario mediano due tagli da 25 bps nel corso del prossimo anno, ma con tempistiche spostate più avanti rispetto alla rilevazione precedente.

In sostanza: il mercato ha smesso di chiedersi quando la Fed taglierà, e ha iniziato a domandarsi se lo farà davvero.

Fine di un’era: Powell cede il passo a Warsh

I verbali di aprile sono, con ogni probabilità, l’ultimo atto formale di Jerome Powell come presidente della Federal Reserve. La prossima riunione del FOMC è fissata per il 16 e 17 giugno, e a quel punto alla guida siederà Kevin Warsh, designato alla presidenza dall’Amministrazione Trump. La transizione avviene in un momento di massima delicatezza: un’inflazione sopra target, un mercato del lavoro che rallenta senza cedere, e una geopolitica che non lascia tregua.

Warsh, considerato più sensibile ai rischi inflazionistici di Powell, eredita una Fed già spostata verso posizioni più aggressive di quanto i mercati scontassero sei mesi fa. Prima di giugno, i mercati dovranno digerire altri dati cruciali: il PCE di aprile (atteso per il 28 maggio) e il rapporto sull’occupazione di maggio (5 giugno). Quei numeri diranno molto su come il nuovo governatore potrà iniziare il proprio mandato.

Intelligenza artificiale: il fattore che cambia i conti

Un elemento inatteso dei verbali è la centralità con cui l’intelligenza artificiale attraversa quasi tutti i capitoli del documento. Dall’inflazione, con i prezzi dei software che contribuiscono significativamente all’accelerazione del core, agli investimenti in conto capitale delle grandi aziende tech, fino ai rischi per il mercato del lavoro (con imprese che dichiarano ai contatti della Fed di voler rallentare le assunzioni in attesa di valutare l’adozione di AI), e infine alla stabilità finanziaria, con emissioni obbligazionarie speculative finanziate proprio per sostenere spese in infrastrutture di intelligenza artificiale.

La Fed sta guardando all’AI non solo come forza disinflazionistica di lungo periodo, attraverso guadagni di produttività, ma anche come fonte di rischi a breve: distorsione dei prezzi, disruption settoriale, e minacce informatiche a infrastrutture finanziarie sistemiche.

Il quadro che emerge dai verbali di maggio è quello di una Fed che ha perso la sua bussola di breve termine, stretta tra shock esogeni imprevedibili e una divisione interna che riflette la genuina difficoltà del momento. La finestra per i tagli non si è chiusa definitivamente, ma si è ridotta considerevolmente. E l’ipotesi di un rialzo, impensabile sei mesi fa, è rientrata nel dibattito ufficiale.

Per i mercati, e per chi ha un mutuo a tasso variabile, è già una notizia.

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