Pechino ha scelto il momento migliore per mostrare i muscoli. Nella mattinata di oggi, sabato 9 maggio, a pochi giorni dall’attesissimo vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per il 14 e 15 maggio nella capitale cinese, l’Amministrazione generale delle dogane ha diffuso i dati sul commercio estero di aprile: le esportazioni cinesi sono balzate del 14,1% su base annua, bruciando le stime degli analisti di Bloomberg che si fermavano all’8,4% e segnando un’inversione netta rispetto al misero +2,5% di marzo. Il surplus commerciale si è attestato a 84,82 miliardi di dollari, quasi il doppio dei 51,13 miliardi del mese precedente.
Non si tratta di un segnale qualunque. È un numero che arriva sul tavolo negoziale con un peso.
I numeri di aprile: un’accelerazione su tutti i fronti
Il dato più sorprendente non riguarda soltanto le esportazioni. Anche le importazioni hanno sorpreso al rialzo, segnando un +25,3% su base annua, meno del +27,8% di marzo, ma ben al di sopra delle previsioni del 20% formulate da Bloomberg. Si tratta di un segnale importante: indica che la domanda interna cinese, nonostante la crisi immobiliare che continua a pesare sui consumi, sta mostrando segni di vitalità.
Un motore cruciale di questa accelerazione è la corsa globale all’intelligenza artificiale. Nel primo trimestre del 2026, la Cina ha importato semiconduttori per un valore record di 135 miliardi di dollari, trainata dalla voracissima domanda di chip e infrastrutture per data center. È questa fame tecnologica a spiegare buona parte del balzo nelle importazioni.
Sul fronte delle esportazioni verso gli Stati Uniti, il recupero è stato ancora più netto: le spedizioni verso Washington sono cresciute dell’11,3% su base annua dopo il crollo del 26,5% registrato a marzo, quando le tensioni commerciali avevano raggiunto il loro picco più acuto.

Il contesto: una macroeconomia cinese che regge, ma con crepe strutturali
Il quadro d’insieme è quello di un’economia che mostra una resilienza di facciata ma che nasconde fragilità profonde. Secondo i dati più recenti, il PIL cinese è cresciuto del 5,0% nel primo trimestre del 2026, accelerando rispetto al 4,5% del quarto trimestre 2025 e superando le previsioni del 4,8%. Un risultato che Pechino può rivendicare come punto di forza nei negoziati, ma che gli analisti leggono con cautela: è stato sostenuto principalmente dalla performance esportativa, mentre i consumi interni rimangono deboli, la disoccupazione ha toccato valori elevati e il mercato immobiliare non ha ancora ritrovato stabilità.
A complicare il quadro, la guerra in Iran ha alzato i prezzi dell’energia e dei noli marittimi, con lo Stretto di Hormuz percorso solo dal 5% del traffico pre-bellico, comprimendo i margini delle fabbriche cinesi. Per Pechino si tratta di un costo crescente che potrebbe erodere, nel tempo, il vantaggio competitivo delle sue esportazioni.
Il surplus commerciale della Cina aveva raggiunto nel 2025 il livello record di quasi 1.200 miliardi di dollari, una cifra che ha alimentato le critiche americane e che ora torna prepotentemente al centro della scena diplomatica.
Washington chiede equilibrio, non rivoluzione
Mentre i dati venivano resi pubblici, il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, chiariva la posizione americana in un’intervista a Fox News. Washington, ha spiegato, non punta a riscrivere il modello economico cinese, una partita che la stessa Casa Bianca considera inaccessibile, ma vuole riequilibrare gli scambi commerciali. «Penso che non ci sia davvero una situazione in cui andiamo lì e otteniamo che la Cina cambi il modo in cui governa», ha detto Greer, aggiungendo però che «c’è un mondo in cui possiamo capire dove ottimizzare il commercio per raggiungere un maggiore equilibrio».
Una posizione pragmatica, che riflette la logica transazionale dell’amministrazione Trump: non trasformazione strutturale, ma concessioni misurate, bilanci da aggiustare, numeri da riportare in patria come trofei negoziali.
Come ci arrivano: la storia di una tregua fragile
Il vertice di Pechino non nasce dal nulla. Porta con sé il peso di una escalation tariffaria durata mesi, di un quasi-accordo raggiunto in extremis e di una relazione bilaterale che il sito di analisi Responsible Statecraft definisce «definita più da un’assenza di attrito che da un’agenda positiva».
Il percorso che ha portato i due leader a questo appuntamento è stato accidentato. All’inizio del 2025, Trump aveva rilanciato la guerra commerciale con dazi pesanti sulle importazioni cinesi; Pechino aveva risposto con contromisure altrettanto dure, inclusi i controlli sulle esportazioni di terre rare, materie prime di cui la Cina controlla oltre il 90% della produzione mondiale, che avevano causato gravi interruzioni nelle catene di approvvigionamento americane. Poi, nell’ottobre 2025, al vertice Apec di Busan, in Corea del Sud, era arrivata la tregua: dazi americani ridotti al 30%, dazi cinesi al 10% per novanta giorni, con l’impegno a negoziare.
Ora quell’accordo provvisorio è in scadenza, e le due parti si incontrano sapendo che il margine per rinnovarlo è strettissimo.

I dossier sul tavolo: un’agenda da capogiro
Il vertice del 14-15 maggio è destinato a essere uno dei più densi di contenuti degli ultimi anni. I temi in agenda sono molteplici e interconnessi.
Il commercio e i dazi restano al centro. Trump è sotto pressione interna per ottenere concessioni concrete da Pechino in vista delle elezioni di metà mandato. L’esito più probabile, secondo gli analisti, è un prolungamento della tregua commerciale, con Pechino che spinge per orizzonti più lunghi e Washington che preferisce mantenere la leva di rinnovi brevi, accompagnato da impegni cinesi su acquisti di beni americani, in particolare prodotti agricoli ed energetici.
Le terre rare e i semiconduttori sono diventati il terreno più delicato. Pechino vuole che Washington allenti i controlli sull’export di chip avanzati e tecnologie per la produzione di semiconduttori; gli Stati Uniti chiedono in cambio un accesso più agevole alle esportazioni cinesi di terre rare, indispensabili per veicoli elettrici, settore aerospaziale e difesa.
Taiwan rimane la linea rossa più sensibile. Secondo le analisi di Lettera43 e di numerosi esperti di relazioni internazionali, Pechino potrebbe tentare di collegare la questione di Taipei a una disponibilità al compromesso sul piano commerciale, testando la disponibilità di Trump a ridurre il sostegno politico e militare all’isola in cambio di stabilità economica.
La guerra in Iran ha aggiunto un ulteriore livello di complessità. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha dichiarato che i due presidenti discuteranno del conflitto e ha chiesto alla Cina di unirsi agli sforzi per riaprire lo Stretto di Hormuz. Pechino, che ha forti interessi energetici e diplomatici nel Golfo, si trova in una posizione ambivalente: vuole evitare che la crisi si prolunghi, ma non intende apparire subordinata alla strategia americana.
Le aspettative: risultati limitati, simbolicamente rilevanti
Gli analisti concordano sul punto centrale: dal vertice non usciranno grandi accordi strutturali. Allen Carlson, esperto di affari cinesi alla Cornell University, ha dichiarato che la probabilità che dai colloqui emerga qualcosa di sostanziale è «poco più di zero». La relazione, nonostante si sia stabilizzata dall’ottobre scorso, resta fragile.
Eppure il fatto stesso che l’incontro si tenga ha un valore che va oltre i comunicati ufficiali. Stati Uniti e Cina rappresentano insieme circa il 40% dell’economia mondiale; un deterioramento nelle loro relazioni avrebbe ripercussioni globali immediate. Il summit è, prima di tutto, un segnale che entrambe le parti vogliono gestire la competizione senza lasciarla degenerare in conflitto aperto.
Sul piano concreto, l’ipotesi più accreditata è quella di un pacchetto di misure simbolicamente importanti: estensione della tregua commerciale, acquisti cinesi di soia e prodotti energetici americani, possibilmente un ordine simbolico di velivoli Boeing, come accadde nel 2017, quando Xi concesse a Trump il lusso di una visita privata alla Città Proibita e i due paesi annunciarono accordi per oltre 250 miliardi di dollari.
Il paradosso di aprile
C’è una certa ironia nel fatto che i dati di oggi siano stati pubblicati proprio alla vigilia del vertice. Le esportazioni cinesi che battono le attese, nonostante i dazi, nonostante la guerra in Iran, nonostante le pressioni di Washington, dimostrano che il modello cinese fondato sull’export rimane straordinariamente robusto. Come hanno scritto gli analisti di BNP Paribas, «i dazi più alti non hanno fermato la crescita delle esportazioni cinesi nell’ultimo anno, e Pechino ha dimostrato di essere pronta ad aspettare che la pressione americana si esaurisca».
È in questo contesto che Trump atterrerà a Pechino. Con un surplus commerciale cinese che l’anno scorso ha sfiorato 1.200 miliardi di dollari, con i numeri di aprile che tornano a sorprendere al rialzo, e con Greer che chiede «ottimizzazione» degli scambi senza voler toccare il modello economico cinese. Il riequilibrio invocato da Washington sembra un obiettivo lontano. Ma in diplomazia, come nei mercati, spesso conta più la direzione di marcia che la destinazione finale.






