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Michael Burry alza la voce: “Sembrano gli ultimi mesi della bolla del 1999-2000”

Mag 9, 2026 | MacroEconomia

L’uomo del Big Short torna a suonare l’allarme: l’euforia da intelligenza artificiale replica punto per punto la febbre dot-com, con numeri che questa volta sono addirittura più estremi.

Durante un lungo viaggio in macchina, ascoltando ore di radio e televisione finanziaria, Michael Burry è arrivato a una conclusione che gli investitori farebbero bene a non ignorare. “Assolutamente ininterrotto. Solo AI. Nessuno parla d’altro per tutto il giorno,” ha scritto venerdì sul suo Substack, sintetizzando una sensazione crescente di déjà vu. “Sembra gli ultimi mesi della bolla del 1999-2000.”

L’uomo reso celebre dal film The Big Short, colui che nel 2007 scommise contro il mercato immobiliare americano prima del grande crollo, è tornato a fare quello che sa fare meglio: guardare dove gli altri non guardano, e suonare l’allarme.

Il mercato che ignora la realtà

Il primo segnale che preoccupa Burry non è in un grafico, ma nel comportamento stesso del mercato. “Le azioni non salgono o scendono a causa dei dati sull’occupazione o del sentiment dei consumatori,” ha scritto. “Salgono perché stavano già salendo. Su una tesi di due lettere che tutti credono di capire.” Quella tesi, naturalmente, è l’AI.

È una diagnosi precisa. Venerdì 8 maggio, mentre l’Università del Michigan pubblicava un indice di fiducia dei consumatori ai minimi storici, 48,2 punti, peggiore delle stime e in calo del 7,7% rispetto a un anno fa, l’S&P 500 toccava nuovi record, chiudendo a 7.398 punti. Il Nasdaq Composite balzava dell’1,71% a 26.247 punti. Aziende con numeri stellari, diversi fondamentali economici deteriorati, mercati finanziari euforici: un disallineamento che ricorda, appunto, la fine degli anni Novanta.

I numeri che spaventano

Burry non si ferma alle sensazioni. Nei giorni precedenti al post di ieri, aveva condiviso una serie di dati che lasciano poco spazio all’interpretazione. Il Philadelphia Semiconductor Index (SOX), che traccia i 30 maggiori produttori di chip americani, tra cui Nvidia, Broadcom e Intel, ha guadagnato oltre il 65% nel solo 2026, con un balzo superiore al 10% nell’ultima settimana. Da quando il mercato ha toccato i minimi durante la cosiddetta “pausa di 90 giorni” sui dazi, l’indice è salito di circa il 224%.

Nel post di mercoledì 6 maggio, Burry aveva sovrapposto l’andamento del SOX dal 1996 al 2000 con quello degli ultimi quattro anni. “Il grafico rivela che il pattern e i livelli sono più vicini di quanto i numeri da soli suggeriscano,” ha scritto, sottolineando come la traiettoria attuale segua quella pre-crollo con una precisione quasi inquietante.

Il confronto storico sui rendimenti è quello che colpisce di più. Nell’anno che precedette il crollo della bolla dot-com nel marzo 2000, i dieci titoli più performanti del Nasdaq 100 registrarono ritorni medi del 622%. Nei dodici mesi appena trascorsi, quei stessi dieci titoli hanno guadagnato in media il 784%: la bolla attuale non solo rassomiglia a quella di allora, la supera.

Il caso più emblematico è SanDisk (SNDK): la società di memorie flash è salita del 3.960% in un anno, battendo il record storico detenuto da Qualcomm durante la bolla dot-com, quando segnò un +2.620%. “SNDK sta battendo quel record di 1.300 punti base,” ha commentato Burry, notando con ironia che SanDisk era già il secondo titolo più performante nel 1999, con un rialzo del 581%. Storia che si ripete, ma in modo più estremo.

Le scommesse contro il mercato

Burry non si limita a commentare: agisce di conseguenza. Nell’ultima settimana ha rivelato di aver aumentato le sue posizioni short su alcuni dei titoli più in voga. Ha acquistato opzioni put su Nvidia con scadenza gennaio e marzo 2027 (strike price rispettivamente a 115 e 125 dollari), put sul QQQ, il principale ETF che replica il Nasdaq 100, con scadenza gennaio 2027 a 550 dollari, e put sull’ETF iShares Semiconductor (SOXX) sempre per gennaio 2027, a un prezzo d’esercizio di 330 dollari.

Non è la prima volta che Burry scommette contro i semiconduttori. Lo aveva già fatto nel 2023, quando l’indice era molto più basso. Aveva torto sui tempi, il mercato ha continuato a salire, ma potrebbe avere ragione sul finale.

Non solo Burry

Significativamente, Burry non è l’unico a vedere i fantasmi del passato. Paul Tudor Jones, uno dei gestori di hedge fund più rispettati al mondo, ha dichiarato questa settimana alla CNBC che il contesto attuale assomiglia al 1999, circa un anno prima del picco delle azioni tecnologiche. La differenza è nelle conclusioni: Jones ritiene che il rally possa continuare ancora per un anno o due; Burry, invece, sente già l’odore della fine.

E poi c’è CoreWeave, la società di cloud computing focalizzata sull’AI, che venerdì ha pubblicato ricavi in boom nel primo trimestre, 2,1 miliardi di dollari contro i 982 milioni di un anno fa, ma ha deluso sulle previsioni per il secondo trimestre e alzato ulteriormente le stime di spesa in conto capitale a oltre 31 miliardi di dollari per il 2026. Il mercato ha risposto con un calo del 7% nel pre-market. Un segnale che forse, in qualche angolo, la razionalità non è del tutto scomparsa.

Una storia che si ripete?

C’è un elemento paradossale in tutto questo. Nel 1999-2000 era Internet a far perdere la testa agli investitori. Oggi è l’intelligenza artificiale. Allora come oggi, i fondamentali economici venivano ignorati in favore di una narrativa potente e difficile da contestare. Solo il tempo ci dirà se Michael Burry aveva ragione anche questa volta.

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