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Microsoft valuta il dietrofront sul green. La corsa all’AI ha un prezzo

Mag 7, 2026 | Aziende

Uno scoop di Bloomberg rivela che il colosso di Redmond sta valutando di archiviare il suo impegno più ambizioso sul clima. Dietro, 190 miliardi di dollari di data center, un accordo da 7 miliardi con Chevron e un settore intero che sta riscrivendo le regole del gioco ambientale.

Bloomberg ha pubblicato uno di quegli articoli che vale la pena analizzare. Citando fonti dirette a conoscenza della questione, la testata americana ha rivelato che Microsoft sta valutando se ritardare, o addirittura abbandonare del tutto, uno dei propri obiettivi climatici più ambiziosi: entro il 2030, abbinare il 100% del consumo orario di elettricità ad acquisti di energia rinnovabile, ora per ora, sulla stessa rete. Un impegno noto in gergo tecnico come “100/100/0”, tra i più stringenti mai assunti da un’azienda tecnologica.

Le discussioni interne sono in corso, precisa Bloomberg. Nessuna decisione finale è stata presa. Ma il solo fatto che siano aperte dice tutto sulla pressione che l’intelligenza artificiale sta esercitando sui bilanci, e sulle coscienze, delle grandi aziende tech.

Il problema sono i gigawatt

Per capire di cosa si parla, bisogna partire dai numeri. Microsoft prevede di spendere 190 miliardi di dollari entro la fine del 2026, in larga misura per costruire data center. La società sta aggiungendo capacità pari a un gigawatt ogni tre mesi, abbastanza energia per alimentare 750.000 abitazioni americane. Ogni trimestre.

Un singolo data center di nuova generazione può richiedere più gigawatt di potenza. Per darsi un’idea: l’intera rete ferroviaria italiana ad alta velocità consuma all’incirca 600 megawatt. Un data center per AI può richiedere tre o quattro volte tanto.

Il problema è che le rinnovabili, pur crescendo rapidamente, non riescono a tenere il passo con questa domanda. Costruire un impianto solare o eolico richiede anni di permessi, infrastrutture di rete e logistica. Un impianto a gas naturale, come sottolineano gli stessi dirigenti del settore, si può realizzare in tre-cinque anni. Ed è disponibile 24 ore su 24, senza dipendere dal sole o dal vento.

Il tradimento del 2020

Per comprendere la portata di questa retromarcia occorre ricordare da dove arriva Microsoft. Nel 2020, Satya Nadella aveva annunciato con grande enfasi che l’azienda sarebbe diventata “carbon negative” entro il 2030, avrebbe cioè rimosso dall’atmosfera più CO₂ di quanta ne producesse, e che entro il 2050 avrebbe eliminato tutte le emissioni storiche accumulate dalla sua fondazione. Era un’ambizione senza precedenti nel mondo corporate.

Cinque anni dopo, le emissioni di Microsoft sono aumentate del 23,4% rispetto alla baseline del 2020, stando ai dati del report annuale di sostenibilità dell’azienda stessa. Dipendesse solo dai data center, saremmo già a un aumento compreso tra il 29% e il 40%, secondo i calcoli di GeekWire. Un’organizzazione ambientalista, Stand.earth, ha elaborato proiezioni ancora più severe: l’impronta carbonica dei data center Microsoft potrebbe aumentare del 160% entro il 2028, raggiungendo 25 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.

La causa è strutturale. Una singola query a ChatGPT (che gira su infrastruttura Microsoft Azure) consuma circa dieci volte l’energia di una ricerca su Google, secondo un’analisi di Goldman Sachs. Moltiplicato per miliardi di query al giorno, l’effetto è devastante.

Nel frattempo, i contratti che Microsoft sta firmando raccontano una storia molto diversa dai comunicati stampa sul clima. Ad aprile, Bloomberg ha rivelato che l’azienda è in trattative con Chevron ed Engine No. 1 per finanziare un impianto a gas naturale da 7 miliardi di dollari nel Permian Basin, in West Texas, il cuore della produzione petrolifera americana. L’impianto avrebbe una capacità iniziale di 2.500 megawatt, uno dei più grandi degli Stati Uniti, alimentato dal gas naturale estratto come sottoprodotto dalle trivellazioni petrolifere di Chevron.

Da un lato, dunque, l’accordo ha una logica pragmatica: quel gas altrimenti verrebbe bruciato (il cosiddetto “flaring”) per mancanza di infrastrutture di trasporto. Ma dall’altro, la costruzione di un’infrastruttura fossile destinata a durare decenni non si concilia facilmente con la promessa di essere carbon negative entro quattro anni.

Sul fronte nucleare, la situazione è più sfumata. Microsoft ha siglato un accordo da 16 miliardi di dollari, della durata di vent’anni, con Constellation Energy per riaprire l’Unità 1 della centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, la stessa sede del peggiore incidente nucleare della storia americana, seppur in un reattore diverso. Il nucleare è carbon-free, e questo lo rende compatibile con gli obiettivi green. Ma la centrale sarà operativa solo nel 2028, e nel frattempo la domanda di energia dei data center cresce ogni trimestre.

Non solo Microsoft

Va detto che Microsoft non è un’eccezione: è semmai l’azienda più trasparente del gruppo. Meta ha visto le sue emissioni salire del 64% rispetto ai livelli pre-ChatGPT. Google del 51%. Amazon del 33%. Tutte e quattro le grandi aziende tech avevano firmato obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione tra il 2019 e il 2021. Tutte e quattro si trovano oggi a fare i conti con una realtà che quelle promesse non avevano previsto.

La domanda di energia elettrica dei data center negli Stati Uniti è destinata a più che raddoppiare entro il 2035, raggiungendo 106 gigawatt. Secondo Goldman Sachs, il gas naturale coprirà la quota maggiore di questa crescita, circa il 60%, con le rinnovabili che si fermano al 40%.

“La corsa a costruire data center il più rapidamente possibile ha messo fuori gioco gli obiettivi di energia pulita,” ha dichiarato Alexia Kelly, ex funzionaria della Casa Bianca oggi alla High Tide Foundation, commentando lo scoop di Bloomberg.

Un portavoce di Microsoft ha dichiarato che l’azienda continua a cercare opportunità per mantenere il suo obiettivo di abbinamento annuale dell’energia rinnovabile, citando accordi recenti con We Energies per portare in rete 1,2 gigawatt di progetti di energia pulita in Wisconsin. Un passo indietro già semanticamente rilevante: da “abbinamento orario” ad “abbinamento annuale” c’è un abisso tecnico, perché il primo garantisce che ogni kilowattora consumato sia coperto da energia rinnovabile prodotta nello stesso momento, mentre il secondo permette di compensare il consumo notturno o invernale con crediti acquistati altrove.

Bloomberg sottolinea che all’interno di Microsoft il target “100/100/0” era sempre stato visto come un obiettivo estremamente sfidante. La novità è che ora si sta discutendo se rinunciarvi del tutto, non solo se rimandarlo.

Cosa significa per gli investitori

La storia ha implicazioni che vanno ben oltre la reputazione ambientale di un’azienda. Come ha rilevato BlackRock nel suo Q2 Outlook pubblicato ad aprile, “i costruttori di AI si stanno indebitando pesantemente: gli investimenti sono front-loaded mentre i ricavi sono back-loaded.” Il rischio è che parte di questo debito finanzi infrastrutture fossili che poi vengano considerate “stranded assets” (attivi incagliati) se le politiche climatiche dovessero inasprirsi.

Sul fronte ESG, l’abbandono di questi obiettivi da parte di un’azienda del calibro di Microsoft rischia di innescare una rivalutazione dell’intero settore tech, che aveva guadagnato punteggi elevati proprio grazie alle sue ambiziose promesse ambientali. Una promessa non mantenuta conta quanto e più di una promessa mai fatta.

Il segnale più chiaro, forse, è questo: la transizione energetica e la corsa all’AI stanno tirando in direzioni opposte. E per ora, almeno all’interno dei board delle grandi aziende tecnologiche, sta vincendo l’AI.

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