Mercoledì 4 marzo 2026 i mercati finanziari asiatici hanno vissuto una delle giornate peggiori della loro storia recente. L’epicentro del terremoto finanziario è stata la Corea del Sud, dove l’indice di riferimento KOSPI è sprofondato di oltre il 12% (toccando un picco negativo del -12,6% intraday), registrando la sua peggior performance dal crollo della crisi finanziaria globale del 2008.
L’ondata di vendite massicce è stata innescata da un rapido ritorno dell’avversione al rischio (“risk-off sentiment”) a seguito dell’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e delle successive rappresaglie di Teheran nel Golfo Persico.
Il panico a Seul è stato tale da costringere la Korea Exchange ad attivare i “circuit breaker”, sospendendo temporaneamente le contrattazioni per ben due volte nel tentativo di arginare l’estrema volatilità sia sul KOSPI che sull’indice tecnologico KOSDAQ, crollato a sua volta di circa il 13%. I giganti del settore dei semiconduttori, che avevano guidato i recenti rialzi spinti dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale, sono andati a picco: Samsung Electronics e SK Hynix hanno perso rispettivamente circa il 12% e il 9,6%. La Corea del Sud, essendo il quarto più grande importatore di petrolio greggio al mondo, è strutturalmente molto vulnerabile a qualsiasi interruzione delle forniture energetiche dal Medio Oriente.
Il resto dell’Asia
L’onda d’urto non si è limitata alla Corea. L’intera regione asiatica, fortemente dipendente dalle importazioni di idrocarburi mediorientali, ha visto i propri listini tingersi omogeneamente di rosso. In Giappone, l’indice Nikkei 225 ha perso oltre il 3%. A Bangkok, il mercato thailandese è crollato dell’8%, costringendo le autorità ad attivare la sospensione automatica degli scambi. In India, i listini Sensex e Nifty 50 hanno perso oltre il 2%, bruciando circa 12 lakh crore di rupie (oltre 100 miliardi di dollari) di capitalizzazione in un solo giorno, mentre la rupia indiana è sprofondata ai minimi storici contro il dollaro a causa dei timori legati all’esplosione dei costi di importazione del petrolio.
La minaccia energetica
Il terrore degli investitori è legato principalmente allo Stretto di Hormuz. Nelle ore successive agli attacchi missilistici, le rappresaglie dell’Iran hanno di fatto paralizzato questa via commerciale cruciale, attraverso cui transita solitamente circa il 20% del petrolio globale. Il prezzo del greggio Brent è balzato di oltre il 10% in pochi giorni, superando agevolmente la soglia degli 82 dollari al barile.
L’asimmetria di questa crisi colpisce quasi interamente le economie asiatiche: nazioni come Cina, India, Giappone e Corea del Sud assorbono congiuntamente il 69% di tutto il greggio che passa per lo Stretto di Hormuz. Gli analisti avvertono che, in caso di chiusura prolungata o blocco totale, i prezzi del petrolio potrebbero raggiungere i 120-150 dollari al barile. Questo si tradurrebbe in un massiccio shock inflazionistico capace di bloccare la crescita economica, costringendo governi come quello indonesiano e thailandese a varare manovre d’emergenza da miliardi di dollari per coprire i sussidi energetici.
Catene di approvvigionamento al collasso
L’impatto del conflitto, tuttavia, si estende ben oltre il mercato energetico. I dati dei radar marittimi indicano che circa 3.200 navi mercantili sono attualmente ferme, in attesa, all’interno o nelle vicinanze del Golfo Persico. Questa paralisi logistica sta tagliando i ponti vitali della catena di approvvigionamento globale, causando forti ritardi non solo per le petroliere, ma anche per le esportazioni di semiconduttori dal Sud-Est asiatico, per le forniture di prodotti farmaceutici salva-vita dall’India e per le importazioni di fertilizzanti essenziali per l’agricoltura.
Mentre i capitali fuggono dai mercati asiatici per cercare riparo in asset “safe-haven” (beni rifugio) come il dollaro statunitense, per l’Asia si prefigura un periodo di forti turbolenze.





