Secondo quanto emerso oggi da un’inchiesta esplosiva del Financial Times, la banca d’affari Goldman Sachs ha bruscamente bloccato l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale Claude, sviluppati dalla californiana Anthropic, per tutti i suoi banchieri operanti nel distretto di Hong Kong. La mossa non rappresenta una semplice manutenzione IT, ma uno spartiacque: la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina è entrata ufficialmente nei server delle istituzioni finanziarie sistemiche.
Fino a poche settimane fa, i dipendenti della sede asiatica utilizzavano liberamente Claude per attività di modellazione e sintesi tramite una piattaforma interna della banca. Ora, a seguito di consultazioni dirette con la startup statunitense e un’interpretazione estremamente rigorosa degli accordi di licenza, l’interruttore è stato abbassato. Un portavoce di Anthropic ha confermato che i modelli Claude non sono mai stati ufficialmente “supportati” nella regione di Hong Kong. Curiosamente, non è avvenuto lo stesso per tutti gli strumenti occidentali: i banchieri dell’ex colonia britannica possono ancora accedere a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google.

Perché questa disparità contrattuale proprio oggi? La risposta risiede nella crescente paranoia dell’amministrazione americana per il furto di proprietà intellettuale. Nell’industria dell’IA si teme visceralmente la cosiddetta “distillazione”: una pratica ingegneristica con cui aziende locali potrebbero utilizzare massicciamente gli output dei modelli stranieri più intelligenti per addestrare i propri sistemi concorrenti a un costo marginale infinitesimale. Limitare drasticamente gli accessi aziendali in territori considerati a rischio, come Hong Kong e la Cina continentale, è diventato il nuovo imperativo per prevenire queste emorragie tecnologiche.
Il fattore “Mythos” e il panico delle banche centrali
Tuttavia, per comprendere appieno la rigidità improvvisa di Wall Street, bisogna guardare a un evento che ha preoccupato la cybersicurezza mondiale all’inizio di questo mese. Il 7 aprile 2026, Anthropic ha annunciato “Claude Mythos Preview”, un modello IA talmente potente e intrinsecamente pericoloso da spingere i suoi stessi creatori a negarne categoricamente il rilascio al pubblico.
Mythos non è un semplice chatbot generativo. È stato descritto come un sistema capace di scovare autonomamente vulnerabilità software sconosciute e trasformarle in armi informatiche pronte all’uso, il tutto senza la necessità di alcuna supervisione umana esperta. Durante i test a porte chiuse, il modello ha individuato una falla silente da ben 27 anni all’interno di OpenBSD, un sistema operativo noto proprio per i suoi standard di sicurezza, che avrebbe permesso a un aggressore di mandare in crash interi server da remoto semplicemente stabilendo una connessione.

Questa rivelazione ha scatenato il panico ai vertici della finanza. Pochi giorni dopo l’annuncio, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, in coordinamento con il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, ha convocato d’urgenza i CEO delle principali banche americane, tra cui David Solomon, CEO di Goldman Sachs, per valutare l’esposizione critica dell’infrastruttura bancaria globale a queste nuove armi autonome. Il timore è sistemico e ha varcato i confini USA: persino in India, il Ministro delle Finanze Nirmala Sitharaman ha lanciato pubblicamente l’allarme sui rischi informatici posti dal modello Mythos. Di fronte a uno scenario di tale portata, colossi come Goldman Sachs non possono più permettersi la minima sbavatura contrattuale, scegliendo la disconnessione preventiva nelle giurisdizioni geopoliticamente complesse.
L’effetto boomerang
Eppure, la decisione di erigere questa “cortina di ferro digitale” sta producendo un clamoroso effetto collaterale. I programmatori, i banchieri e i professionisti del software frustrati dalle restrizioni imposte dall’ecosistema statunitense si stanno rivolgendo in massa alle alternative open-source cinesi.

L’emblema di questa controffensiva asiatica è Zhipu AI (attualmente attiva sui mercati internazionali con il brand Z.ai), uno spin-off della Tsinghua University di Pechino che a gennaio si è quotato con successo alla Borsa di Hong Kong raggiungendo una valutazione sbalorditiva di oltre 31 miliardi di dollari. Mentre l’Occidente chiude a chiave i propri modelli per paura e mantiene i prezzi di accesso premium, Z.ai ha lanciato piani di abbonamento “Lite” a prezzi stracciati – come il piano da 3 dollari mensili basato sul potente modello GLM-5.1 – attirando paradossalmente un’enorme fetta di sviluppatori nordamericani e mandando in crash i propri server per l’eccesso di richieste. Capitalizzando sul malcontento generato da divieti come quello di Goldman Sachs, l’azienda cinese ha persino lanciato offerte promozionali mirate proprio a quegli utenti lasciati orfani dalle API di Claude.
Se l’accesso all’intelligenza artificiale diventa un privilegio legato alla geografia e alla conformità geopolitica, il rischio a breve termine è la perdita di competitività e produttività per l’élite finanziaria di Hong Kong. La vera scommessa del decennio, tuttavia, è capire se le sanzioni e i blocchi aziendali riusciranno a proteggere efficacemente l’infrastruttura occidentale o se, al contrario, non faranno altro che accelerare il dominio dei campioni tecnologici asiatici.







