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Trump annuncia l’accordo con l’Iran in “due o tre giorni”, ma la realtà frena l’entusiasmo: ecco cosa manca davvero per l’intesa

Giu 9, 2026 | Geo/Politica

Di ritorno da una partita delle finali NBA a New York, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato dal terminal dell’aeroporto JFK una delle sue previsioni più audaci: un accordo di pace con l’Iran sarebbe nelle sue “battute finali” e potrebbe essere firmato nel giro di “due o tre giorni”. Secondo il leader della Casa Bianca, la bozza di intesa impedirà a Teheran di ottenere armi nucleari e garantirà la riapertura “immediata” dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il mercato energetico globale attualmente bloccato.

Tuttavia, le dichiarazioni trionfalistiche si scontrano con la complessa architettura dei negoziati e con le cautele della controparte. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha rapidamente gettato acqua sul fuoco, precisando che, sebbene ci siano stati progressi, “nessuno può affermare che la firma di un accordo sia imminente”. Baghaei ha chiarito che l’attuale fase dei colloqui si concentra esclusivamente sulla fine delle ostilità belliche e sulla riapertura delle rotte marittime, rimandando le complesse questioni sul programma nucleare a una fase successiva.

Cosa manca, dunque, per arrivare a una vera stretta di mano? Gli analisti definiscono l’attuale processo diplomatico come una “matrioska” in cui ogni accordo ne nasconde un altro. Il traguardo dei prossimi due o tre giorni riguarderebbe solo un Memorandum d’Intesa (MOU) preliminare, necessario per instaurare un cessate il fuoco di 60 giorni e sbloccare Hormuz. Ma l’Iran esige un prezzo altissimo per cedere sul blocco marittimo: lo sblocco immediato di 12 miliardi di dollari di asset congelati (su un totale di 24 miliardi richiesti). Concedere un simile afflusso di denaro rappresenta un enorme ostacolo politico per Trump, che in passato ha aspramente criticato l’amministrazione Obama proprio per aver sbloccato fondi a favore di Teheran nell’accordo del 2015.

Superato lo scoglio economico, si aprirà il vero abisso diplomatico: il dossier nucleare. Le posizioni tra Washington e Teheran restano inconciliabili. Gli Stati Uniti pretendono che l’Iran trasferisca all’estero i suoi 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito e accetti un blocco ventennale dell’arricchimento nucleare. L’Iran, dal canto suo, si rifiuta categoricamente di esportare il materiale fissile (proponendo al massimo una diluizione in loco) ed è disposto a concedere una sospensione dell’arricchimento rigorosamente limitata a cinque anni. A questo si aggiunge l’assenza di un accordo su un rigoroso regime di ispezioni internazionali nei siti iraniani.

Infine, l’amministrazione statunitense deve gestire le profonde frizioni con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In una recente intervista, Trump ha dichiarato in modo perentorio di essere l’unico a “prendere le decisioni” e che Netanyahu “non avrà altra scelta” se non accettare l’accordo di Washington, intimando allo Stato Ebraico di non ostacolare i negoziati con nuove offensive militari.

In questo clima di altissima tensione, lo schianto di un elicottero d’attacco americano Apache nelle acque nei pressi dello Stretto di Hormuz – fortunatamente senza vittime, con i piloti tratti in salvo come confermato dallo stesso Trump – ricorda al mondo quanto sia precaria la situazione e quanto un singolo incidente non calcolato possa ancora far deragliare la corsa verso la pace

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