Nel cuore di agosto 2026, l’ex premier italiano Mario Draghi e il miliardario irlandese Patrick Collison, co-fondatore e CEO del colosso dei pagamenti Stripe, hanno annunciato la nascita del “Rhine Group”. Questa nuova e ambiziosa piattaforma operativa riunisce oltre sessanta esponenti di spicco dell’economia, della politica e dell’imprenditoria per tentare un’impresa storica: trasformare le analisi e le raccomandazioni del Rapporto sulla Competitività presentato da Draghi nel 2024 in riforme rapide, concrete e attuabili per l’Unione Europea.
Il manifesto dell’iniziativa parte da una diagnosi spietata e da un dato allarmante: attualmente, tra le prime cinquanta aziende tecnologiche a livello mondiale, soltanto quattro hanno sede legale in Europa. In un contesto geopolitico segnato dal ritorno del protezionismo statunitense e dalla feroce concorrenza industriale cinese, i due co-presidenti avvertono che il declino economico europeo “non è inevitabile”, ma diventerà una certezza in assenza di interventi drastici. La posta in gioco è la sopravvivenza stessa del modello continentale: senza una solida crescita della produttività, l’Europa perderà progressivamente la capacità di finanziare la sanità pubblica, le pensioni, la difesa militare e la transizione climatica.

Il vero ostacolo che il Rhine Group intende abbattere è la paralisi politica. Uno studio epocale pubblicato di recente dall’Institut Montaigne ha rivelato infatti che, a quasi due anni dalla pubblicazione del Rapporto Draghi, il tasso di implementazione delle 567 riforme suggerite è fermo ad appena il 30%. Ad essere state approvate sono quasi esclusivamente riforme burocratiche semplici, mentre i nodi strutturali che richiedono cessioni di sovranità, come l’emissione di debito comune permanente o l’integrazione del mercato dei capitali, sono rimasti bloccati dai veti incrociati degli Stati membri.
Per agire come una vera e propria forza di pressione (“think tank” d’azione), la direzione esecutiva è stata affidata all’economista spagnolo ed ex eurodeputato Luis Garicano. Le discussioni, vincolate alla più stretta riservatezza per favorire soluzioni coraggiose, coinvolgeranno un’élite formidabile. Tra i membri figurano grandi nomi internazionali e una folta rappresentanza italiana, tra cui l’ex ministro Vittorio Colao, gli economisti Lucrezia Reichlin e Francesco Giavazzi, e il finanziere Andrea Pignataro. L’alleanza trasversale ingloba anche titani dell’imprenditoria e dell’informazione, come Xavier Niel (Iliad), l’ex ministro francese Bruno Le Maire e l’amministratore delegato del gruppo Le Monde, Louis Dreyfus.

Tuttavia, l’esordio del gruppo non è stato esente da feroci polemiche. Molti osservatori hanno duramente criticato la scarsa rappresentatività geografica dell’iniziativa: tra i membri fondatori, infatti, vi è un solo esponente proveniente dall’Europa Centro-Orientale, scatenando le ire degli economisti polacchi e baltici che si sentono esclusi dal tavolo in cui si progetta il futuro dell’Unione. A questo scivolone diplomatico si somma un curioso paradosso tecnologico: il sito web del Rhine Group, che predica l’autonomia strategica e tecnologica da potenze terze, si appoggia interamente su infrastrutture cloud fornite da giganti statunitensi come Amazon Web Services, Webflow e Fastly.
Nonostante queste iniziali contraddizioni, il Rhine Group si profila come l’ultimo, massiccio tentativo dell’establishment europeo di serrare i ranghi. La sfida è aperta: costringere la politica ad alzare lo sguardo dall’emergenza quotidiana per evitare che l’Europa si rassegni a una definitiva marginalizzazione globale.





