In 30 secondi · Tempo di lettura: 5 min
- Due dei gestori più noti della Cina — Yang Dong (Wealspring) e Li Bei (Banxia) — definiscono il rally globale dell’AI una «super bolla» vicina al punto di collasso, con crolli fino all’80% su alcuni titoli.
- Il mercato per ora non li ascolta: l’indice AI cinese fa +35% da inizio anno e il Kospi è raddoppiato — chi scommette contro sta perdendo.
- Ma il contesto è cambiato: tassi al 4,8%, petrolio verso i 100 dollari e una Fed più restrittiva sono esattamente il tipo di innesco che storicamente fa scoppiare le bolle.
Analisi 8 settembre 2026

Mentre Wall Street naviga una settimana ad alta tensione — petrolio verso i 100 dollari per le ostilità in Medio Oriente, rendimenti dei Treasury ai massimi di tre mesi e una Fed sotto assedio politico — c’è un avvertimento che continua a riecheggiare nelle sale operative di mezzo mondo. E arriva, paradossalmente, proprio dal Paese che più di tutti sta cavalcando il rally dell’intelligenza artificiale: la Cina.
Due tra i gestori più rispettati del panorama cinese hanno definito il boom azionario legato all’AI una «super bolla» il cui «punto di collasso potrebbe non essere lontano». Non sono voci qualsiasi. E il fatto che, a mesi di distanza dal loro primo allarme, i mercati continuino a salire non chiude la questione — la rende semmai più interessante.
Chi sono i profeti del crollo
Il primo è Yang Dong, fondatore di Wealspring Asset, casa d’investimento da 1,4 miliardi di dollari in gestione. Il suo curriculum pesa: è l’uomo che azzeccò il top del mercato azionario cinese nel 2007, poco prima di un crollo che dimezzò l’indice di Shanghai. Oggi Yang descrive gli acquisti sui titoli AI globali come «brainless buying» acquisti senza cervello e paragona l’euforia attuale alla frenesia speculativa cinese del 2015, finita in lacrime. La sua previsione più dura: alcuni dei titoli AI più caldi potrebbero perdere oltre l’80% del loro valore.
La seconda voce è Li Bei, fondatrice di Banxia Investment Management, boutique macro da 294 milioni di dollari nota per le sue posizioni contrarian. Li va oltre: secondo lei «il trigger per lo scoppio della bolla AI è già apparso». Il riferimento è ai segnali di pressione sulla crescita dei ricavi delle grandi startup AI americane Anthropic su tutte strette tra costi di calcolo crescenti e budget aziendali dei clienti in contrazione. Il suo consiglio agli investitori: essere «molto, molto cauti».
Gli argomenti: perché questa volta l’allarme è diverso
Il ragionamento dei due gestori non si riduce al classico «le valutazioni sono alte». Si articola su tre punti che meritano attenzione.
Primo: molte società cinesi di infrastruttura AI data center, server, connettività, mancano di veri vantaggi competitivi durevoli. Sono business «ordinari», replicabili, che richiedono spese in conto capitale costanti solo per restare in gara. Quando il ciclo di capex rallenterà, i margini si comprimeranno rapidamente.
Secondo: la catena del valore dell’AI si regge su aspettative di ricavi futuri che iniziano a mostrare crepe. Se i grandi sviluppatori di modelli faticano a monetizzare al ritmo promesso, l’intera piramide di fornitori costruita sulle loro commesse diventa vulnerabile.
Terzo: la psicologia di mercato. I flussi retail cinesi stanno comprando l’AI con la stessa dinamica del 2015, momentum puro, indifferente ai fondamentali. È il tipo di mercato che sale più a lungo del previsto e scende più in fretta del previsto.
Non tutto il settore, però, è giudicato allo stesso modo: i produttori di memorie ad alta larghezza di banda come SK Hynix e Samsung, il classico business «picks and shovels», pale e picconi della corsa all’oro vengono considerati relativamente più solidi, perché vendono componenti indispensabili a chiunque vinca la gara.
La controparte: chi scommette contro sta perdendo
L’onestà intellettuale impone di guardare anche l’altro lato del tavolo. Da quando l’allarme è stato lanciato, l’indice CSI Artificial Intelligence cinese ha guadagnato circa il 35% da inizio anno, il Kospi sudcoreano trainato proprio dai semiconduttori è arrivato a raddoppiare nel 2026, e i fondi rimasti alla finestra, inclusi quelli di Yang e Li, hanno accumulato perdite relative. Il costo dello scetticismo, in un mercato rialzista, è concreto e quotidiano.
C’è anche un argomento fondamentale a favore dei tori: il capex AI è reale, finanziato in gran parte da colossi con bilanci solidissimi, e continua ad accelerare basti pensare agli accordi infrastrutturali da decine di gigawatt annunciati tra i grandi produttori di chip e i laboratori AI. Una bolla finanziata dal debito e una fase di investimento finanziata dai cash flow non sono la stessa cosa.
La storia, del resto, ammonisce in entrambe le direzioni: chi vendette i titoli internet nel 1998 aveva «ragione» sulla bolla, ma perse due anni di rialzi tra i più violenti di sempre prima che il Nasdaq crollasse davvero. Avere ragione troppo presto, sui mercati, è indistinguibile dall’avere torto.
Perché proprio ora questo allarme torna d’attualità
Tre fattori rendono il tema più caldo oggi che a giugno, quando l’avvertimento fu formulato per la prima volta.
Il contesto macro si è irrigidito: il decennale americano viaggia vicino al 4,8%, un report sul lavoro più forte del previsto ha spostato le scommesse verso una Fed più restrittiva, e il petrolio in area 94-98 dollari con l’Iran che minaccia di «agire contro ogni minaccia, anche prima che si concretizzi» e l’Arabia Saudita costretta a fermare impianti dopo gli attacchi riaccende il rischio inflazione. Le bolle raramente scoppiano da sole: quasi sempre serve una stretta di liquidità a innescarle. Tassi più alti più a lungo sono esattamente quel tipo di innesco.
In secondo luogo, gli avvertimenti si stanno moltiplicando e non arrivano più solo dalla Cina: da Ray Dalio, che già a inizio anno indicava il 2026 come anno di rischio per la bolla AI, fino ai richiami in stile Buffett sulla prudenza quando gli altri sono avidi.
Infine c’è il paradosso più affilato di tutti: l’allarme sulla bolla AI globale arriva da gestori del Paese che dell’AI è il secondo protagonista mondiale. Non è il pessimismo di chi è rimasto fuori dal rally è la cautela di chi lo conosce da dentro.
Cosa guardare nelle prossime settimane
Per capire chi avrà ragione, i segnali da monitorare sono pochi e precisi: la traiettoria dei ricavi dei grandi sviluppatori di modelli rispetto alle promesse; eventuali tagli o rinvii nei piani di capex dei colossi cloud; la tenuta dei margini dei fornitori di infrastruttura «ordinaria»; e, sopra ogni cosa, la direzione dei tassi. Se la Fed dovesse davvero muoversi al rialzo mentre il petrolio flirta con i 100 dollari, il «trigger» di cui parla Li Bei potrebbe trovare terreno fertile molto in fretta.
La super-bolla AI può continuare a gonfiarsi ancora a lungo le bolle lo fanno sempre. Ma quando due gestori che hanno visto da vicino i crolli del 2007 e del 2015 dicono che il punto di collasso «non è lontano», il minimo che un investitore possa fare è alzare lo sguardo dal rally e controllare dove sono le uscite.
Eleva · In sintesi
I numeri chiave della super-bolla AI
Dati aggiornati all’8 settembre 2026. Questo contenuto ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria.






