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Il premier britannico Keir Starmer si dimette. Perchè ha gettato la spugna e quali sono le prospettive per un Regno Unito in crisi?

Giu 22, 2026 | Geo/Politica

A meno di due anni dalla sua schiacciante vittoria elettorale, il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha annunciato ufficialmente le proprie dimissioni questa mattina. In un discorso carico di emozione pronunciato fuori dalla celebre porta nera al numero 10 di Downing Street, Starmer ha accettato la fine del suo mandato, piegandosi alla pressione inarrestabile della sua stessa fazione parlamentare. Con questa uscita di scena, il Regno Unito si prepara ad accogliere il suo settimo Primo Ministro in un solo decennio, un tasso di instabilità senza precedenti nella storia politica recente del Paese.

La caduta del leader laburista è stata il culmine di una tempesta politica fatta di scandali, ammutinamenti interni e un’economia stagnante. A pesare in modo letale sulla credibilità del suo esecutivo è stata la decisione di nominare Peter Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti, un incarico travolto dalle polemiche dopo l’emersione di nuovi dettagli sui prolungati legami finanziari e personali tra Mandelson e il defunto criminale sessuale Jeffrey Epstein. La crisi etica si è saldata a quella istituzionale poche settimane fa, quando il Segretario alla Difesa John Healey e altri vertici militari si sono dimessi in segno di protesta contro i mancati aumenti dei fondi per le forze armate.

Il colpo di grazia politico, tuttavia, è arrivato dal fronte interno. Giovedì scorso, l’ex sindaco della Greater Manchester Andy Burnham ha trionfato nelle elezioni suppletive della circoscrizione di Makerfield, ottenendo il seggio parlamentare necessario per lanciare una sfida diretta e formale alla leadership di Starmer. Di fronte a oltre cento deputati laburisti pronti a sfiduciarlo e al disastroso andamento nei sondaggi, Starmer ha scelto di gettare la spugna. Il premier uscente ha assicurato che rimarrà in carica ad interim per garantire un passaggio di poteri ordinato, auspicando che un nuovo leader venga eletto prima del ritorno in aula del Parlamento a settembre.

La notizia ha avuto immediate ripercussioni a livello globale. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, i cui rapporti con Starmer erano tesi a causa delle divergenze sulla crisi in Iran, ha festeggiato l’evento sui social media, attaccando le politiche migratorie ed energetiche del governo uscente. I mercati finanziari, ormai assuefatti alla volatilità britannica, hanno reagito con cautela: la sterlina ha registrato un lieve calo, ma i titoli di Stato (Gilt) sono rimasti stabili, complice anche la discesa dei prezzi mondiali del petrolio dovuta all’avanzamento dei colloqui di pace tra USA e Iran.

Le prospettive per l’Inghilterra rimangono dense di incognite. Andy Burnham, soprannominato il “Re del Nord” e favoritissimo per la successione, promette un radicale cambio di paradigma. La sua piattaforma politica mira a porre fine alle privatizzazioni, abbassare le bollette ed espandere il potere decisionale del nord dell’Inghilterra, un’agenda marcatamente statalista che preoccupa non poco gli investitori istituzionali.

Mentre il Partito Laburista cerca di ritrovare la bussola, l’opposizione scalda i motori. La leader dei Conservatori, Kemi Badenoch, ha duramente attaccato i fallimenti del governo sulla sicurezza nazionale, mentre l’estrema destra di Reform UK, guidata da Nigel Farage, continua a rosicchiare i consensi di un elettorato esausto. Il prossimo inquilino di Downing Street erediterà un mandato arduo: dovrà risanare i servizi pubblici, arginare il costo della vita e dimostrare a un Paese disilluso che l’epoca delle porte girevoli al governo è finalmente terminata.

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