Quando Apple ha diramato il comunicato ufficiale, a Cupertino si è chiuso uno dei capitoli più ricchi della storia industriale contemporanea. Tim Cook diventerà executive chairman del Apple consiglio di amministrazione e John Ternus, attuale senior vice president of Hardware Engineering, assumerà la carica di amministratore delegato a partire dal 1° settembre 2026. La decisione, presa all’unanimità dal Board, è il risultato di un processo di successione pianificato da tempo Apple, e chiude quindici anni in cui la Mela è stata per molto tempo l’azienda più ricca del pianeta.
I numeri di 15 anni irripetibili
Quando nell’agosto 2011 Steve Jobs gli lasciò il timone, pochi scommettevano che l’ex responsabile della supply chain potesse tenere il passo del fondatore. Eppure, quindici anni dopo, quei dubbi appaiono clamorosamente smentiti dai numeri. Sotto la guida di Cook il fatturato è quadruplicato, passando da circa 110 a 416 miliardi di dollari, gli utili sono saliti da 25 a 112 miliardi, e la capitalizzazione di mercato è cresciuta di dieci volte. Apple ha chiuso la giornata di lunedì con un valore di 4.000 miliardi di dollari CNBC, oggi superata soltanto da Nvidia e Alphabet.

Cook non ha inventato un iPhone, ma ha fatto qualcosa di forse più difficile: ha trasformato un produttore di hardware geniale ma vulnerabile in una macchina finanziaria quasi impossibile da replicare. Il suo colpo più sottovalutato riguarda i Servizi. La divisione che comprende iCloud, Apple Music, App Store e Apple Pay ha fatturato 106 miliardi di dollari nel 2025, con margini del 75%, più del doppio rispetto al 36% dell’hardware: un flusso di cassa ricorrente che Jobs aveva a lungo guardato con diffidenza e che oggi rappresenta il cuore redditizio dell’azienda.
Accanto ai conti, ci sono i prodotti. Apple Watch e AirPods sono diventati rispettivamente lo smartwatch e le cuffie più diffuse al mondo, mentre la transizione dei Mac dai chip Intel al silicio proprietario ha ridisegnato gli standard di performance e autonomia, con la concorrenza che solo ora prova a recuperare. A livello personale, Cook è stato il primo amministratore delegato di una Fortune 500 a dichiararsi pubblicamente gay, con un saggio pubblicato nel 2014, un gesto che ha avuto una risonanza ben oltre i confini della Silicon Valley.
Chi è John Ternus, l’ingegnere schivo che ora guiderà la Mela
A cinquantun anni, Ternus è quasi l’opposto speculare di un CEO da copertina. Ha trascorso ad Apple quasi la metà della sua vita: venticinque anni, entrato nel 2001 nel team di Product Design come secondo lavoro dopo la laurea. Vicepresidente dell’hardware engineering nel 2013, è stato promosso senior vice president nel 2021. Laureato in ingegneria meccanica alla University of Pennsylvania, ha lavorato brevemente in Virtual Research Systems, una piccola azienda di realtà virtuale, prima di approdare a Cupertino.
Le sue impronte sono ovunque nei prodotti Apple degli ultimi anni: iPhone, iPad, Mac, Apple Watch, AirPods, Vision Pro. Soprattutto, è stato decisivo nella transizione del Mac al silicio proprietario, una scelta oggi considerata tra le migliori mai prese da Apple sul piano dell’hardware. Chi lo ha frequentato lo descrive come un ingegnere meticoloso e un dirigente equilibrato, molto più simile a Cook che a Jobs nei toni, ma con un DNA tecnico più spiccato rispetto al predecessore.

Le sfide che lo aspettano: IA, Vision Pro e geopolitica
La luna di miele sarà breve. La priorità assoluta del nuovo amministratore delegato sarà spingere Apple più a fondo nell’intelligenza artificiale, un terreno sul quale l’azienda è rimasta indietro rispetto ai concorrenti. Il rinvio dell’aggiornamento di Siri ha portato alle critiche di investitori e analisti, al punto che a dicembre Apple ha rivoluzionato la propria leadership sull’AI e annunciato un Siri basato su Gemini di Google.
È un passaggio delicato: per un’azienda che ha costruito la propria identità sul controllo dell’intero stack (hardware, software, servizi) affidare il cervello dell’AI a un partner esterno è una posizione scomoda. A questo si aggiungono una catena di fornitura complessa, le tensioni geopolitiche, i dazi dell’amministrazione Trump e la stretta sulla memoria legata alla domanda di chip per l’AI. Resta poi aperta la partita Vision Pro, il visore che non ha ancora trovato un mercato di massa e la cui strategia futura spetterà proprio a Ternus ridisegnare.
Una transizione inevitabile
Cook resterà CEO fino alla fine dell’estate per accompagnare il passaggio di consegne. Da executive chairman manterrà un ruolo attivo, in particolare nei rapporti con i decisori politici di tutto il mondo, mentre Arthur Levinson, non-executive chairman da quindici anni, diventerà lead independent director del Board Apple.
La scelta di un ingegnere del prodotto, e non di un manager finanziario o di un responsabile dei servizi, è un segnale preciso: Apple vuole tornare a differenziarsi sull’hardware, ma in un’epoca in cui il dispositivo è sempre più piattaforma per esperienze intelligenti. Se Cook ha trasformato la creatura di Jobs in un colosso finanziario, a Ternus tocca il compito forse più arduo: dimostrare che la Mela, nel pieno della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, sa ancora inventare il futuro invece di limitarsi a gestirlo.







