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Bruxelles apre ai droni “made in China”: l’Ucraina userà i fondi Ue per comprare componenti cinesi

Lug 15, 2026 | Geo/Politica

L’Unione europea concede la prima deroga alle regole del prestito da 60 miliardi per la difesa. Una scelta obbligata che fotografa il buco industriale del continente.

L’Europa ha deciso: per tenere in volo i droni ucraini si passerà dalla Cina. E a pagare sarà Bruxelles.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times, l’Ucraina ha ottenuto un’esenzione dalle regole del nuovo strumento finanziario europeo per la difesa, che le consentirà di utilizzare parte dei fondi comunitari per acquistare componentistica prodotta in Cina, destinata alla fabbricazione di droni. Il quotidiano britannico cita fonti a conoscenza della decisione.

Come funziona la deroga

La misura riguarda la prima tranche da circa 6 miliardi di euro riservata all’acquisto di droni, parte di un pacchetto europeo da 60 miliardi pensato per sostenere gli approvvigionamenti militari di Kiev. Il meccanismo si inserisce nello Ukraine Support Loan, il prestito da 90 miliardi varato per il biennio 2026-2027, che destina 30 miliardi al bilancio dello Stato ucraino e 60 alla difesa. Per il solo 2026 il Consiglio ha stanziato 45 miliardi, di cui 28,3 per le capacità industriali militari.

Le regole del programma sono in teoria stringenti: gli armamenti acquistati con fondi Ue devono provenire prevalentemente dal mercato unico europeo, dall’Ucraina o da Paesi partner autorizzati, come il Canada. Esiste però una clausola di flessibilità. Quando determinati componenti non sono reperibili in tempi rapidi o nelle quantità richieste presso fornitori europei o partner autorizzati, Kiev può chiedere una deroga alla Commissione. È esattamente ciò che è avvenuto ed è, stando al Financial Times, la prima eccezione concessa da quando il programma esiste.

Perché Kiev non poteva aspettare

La ragione sta nei numeri del fronte. Secondo funzionari ucraini citati dal quotidiano londinese, i velivoli senza pilota sarebbero oggi responsabili di circa l’80% delle perdite inflitte alle forze russe sul campo di battaglia. Negli ultimi due anni l’Ucraina ha costruito una delle industrie della difesa più innovative d’Europa, accelerando la produzione interna dopo i bombardamenti russi contro le infrastrutture strategiche. Ma la domanda di droni continua a superare la capacità produttiva nazionale e quella dei partner occidentali.

La frenesia operativa è visibile in queste stesse ore: nelle ultime 24 ore, secondo il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin, circa 340 droni ucraini sarebbero stati diretti verso la capitale russa, in gran parte intercettati dalla contraerea. Sul versante opposto, un drone russo ha colpito nell’oblast di Odessa un’imbarcazione civile battente bandiera delle Isole Marshall, danneggiandone la sovrastruttura e provocando un incendio a bordo, con tre vittime secondo il governatore regionale Oleh Kiper.

Il paradosso di Bruxelles

Qui la partita diventa politica. Da mesi Bruxelles accusa Pechino di essere un fattore determinante nel sostegno indiretto alla macchina bellica russa, attraverso la fornitura di componenti all’industria militare di Mosca. Allo stesso tempo, però, riconosce che anche la capacità produttiva ucraina dipende dalla manifattura cinese per alcune parti considerate essenziali.

Il risultato è una catena di fornitura che alimenta entrambi i lati della trincea e che ora viene finanziata, per un tratto, con denaro europeo. La decisione, osserva il Financial Times, segnala i problemi che restano nell’industria della difesa comunitaria nonostante la volontà dichiarata di rafforzare la base industriale europea, e certifica la dipendenza dalle forniture cinesi.

Non è l’unico segnale di frizione tra ambizioni e realtà. La Commissione ha dovuto spezzare la prima tranche da 5,9 miliardi per i droni, trasferendo a Kiev solo 3,9 miliardi il 30 giugno, perché a quella data l’Ucraina aveva presentato contratti con l’industria europea per un importo pari soltanto a quella cifra, un’ammissione, di fatto, che l’offerta europea non regge il passo della domanda ucraina.

Cosa resta sul tavolo

Bruxelles assicura che i contratti sono sottoposti a controlli per garantire che i fondi vengano usati per gli approvvigionamenti concordati, e che i prossimi esborsi copriranno anche munizioni, missili e sistemi di difesa aerea. Ma la deroga sui droni fissa un precedente pesante: se la clausola di flessibilità funziona per i componenti cinesi oggi, difficile immaginare che non venga invocata di nuovo domani.

L’Europa, insomma, si trova a scegliere tra due obiettivi che aveva promesso di perseguire insieme: armare l’Ucraina adesso e costruire la propria autonomia tecnologica. Per ora ha scelto l’adesso.

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