La società milanese punta al Nasdaq con una valutazione vicina ai 19 miliardi di dollari. I fondatori mantengono il controllo assoluto del gruppo, mentre gli storici investitori incassano. Ma il modello di business basato su spietati tagli ai costi e intelligenza artificiale divide l’opinione pubblica.
Bending Spoons, l’unicorno tecnologico fondato a Milano nel 2013, ha ufficialmente depositato i documenti presso la Securities and Exchange Commission (Sec) per quotarsi sul listino Nasdaq Global Select Market di New York con il simbolo “BSP”. L’azienda italiana punta a una valutazione da capogiro, compresa tra i 17 e i 19 miliardi di dollari, confermandosi a tutti gli effetti come uno dei rarissimi “decacorni” del panorama tecnologico europeo.
I numeri del collocamento
Secondo l’aggiornamento del prospetto F-1 depositato in vista del debutto previsto per inizio luglio 2026, l’offerta pubblica iniziale (Ipo) prevede il collocamento di quasi 58 milioni di azioni ordinarie, all’interno di una forchetta di prezzo stimata tra i 26 e i 28 dollari per azione.
L’operazione seguirà un doppio binario: la parte più consistente, formata da oltre 34,3 milioni di azioni di nuova emissione, servirà a iniettare direttamente nelle casse dell’azienda una liquidità fresca stimata tra i 900 e i 960 milioni di dollari. A queste si aggiungono 23,5 milioni di azioni messe in vendita dagli attuali investitori storici del gruppo. Considerando anche l’esercizio integrale dell’opzione di over-allotment (la cosiddetta greenshoe), che aggiunge al piatto ulteriori 8,6 milioni di titoli, l’intera manovra potrebbe mobilitare capitali fino alla soglia degli 1,9 miliardi di dollari.

I fondatori si blindano, gli investitori storici fanno cassa
Nonostante l’apertura al libero mercato, il ponte di comando dell’azienda resterà irraggiungibile per eventuali scalatori. I quattro fondatori (il Ceo Luca Ferrari, Matteo Danieli, Francesco Patarnello e Luca Querella) hanno deciso di non vendere nemmeno un’azione in questa Ipo. Mantenendo in tasca circa il 48% del capitale economico, si avvarranno di una struttura azionaria a doppia classe: le loro azioni di Classe A garantiranno ben cinque voti ciascuna, assicurando ai quattro il controllo granitico su quasi l’83% dei diritti di voto. Un’architettura che proietterà i fondatori nell’Olimpo dei miliardari, con pacchetti azionari personali teoricamente valutati oltre i 2 miliardi di dollari a testa.
A passare all’incasso, invece, saranno le grandi firme della finanza che hanno sostenuto l’azienda negli anni della “scale-up”. Tra queste spicca l’italiana Tamburi Investment Partners (TIP) guidata da Giovanni Tamburi: il veicolo StarTip cederà sul mercato fino a 2 milioni di azioni, incassando tra i 52 e i 56 milioni di dollari. La vera scommessa di Tamburi, tuttavia, è sulle quote trattenute in portafoglio (oltre 15 milioni di azioni) il cui valore potrebbe toccare i 450 milioni di dollari post-quotazione. Cessioni parziali importanti sono previste anche per i fondi internazionali Renaissance Partners e Baillie Gifford, che si preparano a monetizzare incassi a nove cifre.
Il modello del “Private Equity Digitale”
Ma cosa giustifica i multipli esorbitanti garantiti da colossi bancari come Goldman Sachs e J.P. Morgan, capofila dell’operazione?. Bending Spoons non opera come una tradizionale software house. Lo stesso Ceo Ferrari l’ha descritta come un costrutto ibrido: un 25% società di private equity e un 75% tech company.
La strategia, definita come un vero e proprio “playbook”, si basa su un ciclo costante: l’azienda acquista a leva debitoria prodotti digitali celebri ma inefficienti, smantella le vecchie sovrastrutture, abbassa i costi operativi all’osso e li ottimizza per mungere i ricavi legati agli abbonamenti (che oggi pesano per l’84% del fatturato totale). I numeri testimoniano una crescita travolgente: i ricavi del gruppo sono passati da 387 milioni di dollari nel 2023 a 1,31 miliardi nel 2025. Ancora più eclatante è il risultato del primo trimestre del 2026: i ricavi sono balzati a 601 milioni (+132% su base annua) e l’azienda ha certificato l’attesa virata verso l’utile, segnando un profitto netto di 27,5 milioni di dollari contro il profondo rosso dell’anno precedente. Il tutto al netto di un debito lordo di 4,36 miliardi di dollari contratto per finanziare le grandi acquisizioni.

Licenziamenti, IA e polemiche
Il rovescio della medaglia di questo successo risiede in un modus operandi che non fa sconti. Negli ultimi anni Bending Spoons ha inglobato marchi iconici del web come Evernote, Vimeo, WeTransfer, Meetup, AOL ed Eventbrite. Dopo la firma dei contratti, il copione si ripete inflessibile: licenziamenti di massa. In WeTransfer i tagli hanno raggiunto il 75% dell’organico in poche settimane, a Vimeo il reparto ingegneristico originario è stato quasi azzerato, e ad aprile 2026 un destino simile è toccato allo staff della piattaforma di ticketing Eventbrite. Contemporaneamente, l’azienda provvede a restringere le opzioni gratuite e ad alzare vertiginosamente i prezzi dei piani premium, suscitando la rabbia delle community di utenti storici (emblematico il rincaro del 257% su Evernote nel giro di tre anni).
Questo livello estremo di “efficienza” è oggi sostenuto massicciamente dall’Intelligenza Artificiale. Il talento umano viene concentrato a Milano, ma secondo dati recenti ben il 70% delle stesure di nuovo codice informatico per le app del gruppo viene redatto in completa autonomia dagli algoritmi.
La fuga in America
L’approdo di Bending Spoons al Nasdaq non è solo la consacrazione di un’anomalia italiana di immenso successo, ma rappresenta l’ennesima conferma di un trend macroeconomico: i mercati europei, inclusa Piazza Affari, si dimostrano strutturalmente inadeguati ad accogliere, valutare e finanziare adeguatamente i campioni del software una volta raggiunta la fase della grande maturità globale.
Mentre l’Europa riflette sulle proprie lacune sistemiche, Bending Spoons punta a utilizzare il fresco miliardo di dollari dell’Ipo per ripagare i debiti e scendere nuovamente sul mercato. Con oltre mille bersagli digitali già identificati come potenziali prede, l’espansione del colosso milanese sembra essere solo all’inizio.





