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«Abbassate i tassi o fermo il commercio»: l’ultimatum di Trump alla Fed. Ma il suo uomo Warsh prepara il rialzo.

Set 8, 2026 | Finanza

In 30 secondi · Tempo di lettura: 5 min

  • Trump lancia su Truth Social un ultimatum senza precedenti alla Fed: «abbassate i tassi o smetto di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit» una minaccia da 1.240 miliardi di dollari.
  • Il paradosso: alla guida della Fed c’è Kevin Warsh, scelto proprio da Trump, che invece guarda al RIALZO i mercati prezzano al 60% una stretta al FOMC del 16 settembre.
  • Il report sul lavoro di agosto (162.000 posti contro 55.000 attesi) ha ribaltato le scommesse: decennale al 4,79%, e il CPI dell’11 settembre deciderà tutto.

Analisi 8 settembre 2026

Edificio istituzionale USA con bandiera - Federal Reserve

Mentre Wall Street naviga verso la settimana più delicata dell’anno l’inflazione CPI l’11 settembre, la riunione della Fed il 15-16 lo scontro tra la Casa Bianca e la Federal Reserve è esploso in una forma che non si era mai vista. Non una pressione, non un post polemico: un ultimatum.

«LOWER THE RATE OR I’LL STOP TRADING WITH COUNTRIES WITH WHICH WE HAVE A DEFICIT», ha scritto Trump su Truth Social il 4 settembre: abbassate i tassi, o smetto di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit. E il paradosso più affilato è che dall’altra parte del tavolo non c’è un avversario politico: c’è Kevin Warsh, l’uomo che Trump stesso ha messo alla guida della Fed.

Lo scontro: il presidente contro la sua Fed

Il primo attore è Donald Trump, che ha trasformato la politica monetaria in leva negoziale. La sua tesi è nota: «Success does not cause inflation. Stupidity causes inflation» il successo non causa l’inflazione, la stupidità sì. Con tassi più bassi, sostiene, il PIL americano potrebbe crescere «al 12, 13, 14, 15%» e «battere ogni record». La novità è lo strumento: forte di una recente sentenza della Corte Suprema sui poteri presidenziali in materia di dazi, Trump rivendica l’autorità di bloccare gli scambi con i partner in deficit — Messico (16,4% dell’interscambio USA), Canada (12,4%), Cina (6,1%), Taiwan (5,8%).

Il secondo attore è Kevin Warsh, presidente della Fed per scelta dello stesso Trump. Chi si aspettava un alleato ha trovato un falco: a Jackson Hole ha smantellato la forward guidance e dichiarato che le condizioni finanziarie non sono restrittive. Tradotto: nessuno sconto in vista, e la porta a un rialzo è aperta.

Gli argomenti: perché la Fed non ascolta

Il muro della banca centrale non è ripicca istituzionale. Si regge su tre punti che meritano attenzione.

Primo: il mercato del lavoro non giustifica alcun soccorso. Ad agosto gli Stati Uniti hanno creato 162.000 posti contro i 55.000 attesi quasi il triplo con la disoccupazione ferma al 4,1%. Un’economia così non ha bisogno di tassi più bassi; semmai del contrario.

Secondo: l’inflazione resta il problema, non la crescita. Tra dazi e petrolio in area 94-98 dollari per la crisi in Medio Oriente, le pressioni sui prezzi si stanno riaccendendo. Il decennale al 4,79% dice che anche il mercato obbligazionario la pensa così.

Terzo: la credibilità. Cedere a un ultimatum presidenziale trasformerebbe la Fed in un’appendice della Casa Bianca e la storia, dalla Turchia all’Argentina, insegna quanto costa ai mercati una banca centrale percepita come politicizzata.

C’è però una crepa nel fronte del rialzo: i numeri del CME FedWatch dicono 60,4% di probabilità di stretta, non certezza. Se il CPI dell’11 settembre sorprendesse al ribasso, il quadro potrebbe ribaltarsi in poche ore ed è esattamente la finestra su cui Trump sta scommettendo.

La posta in gioco: 1.240 miliardi di dollari

La minaccia di Trump non è simbolica. Il deficit commerciale USA in beni ha superato i 1.240 miliardi di dollari nel 2025, e i Paesi nel mirino — Messico, Canada, Cina e Taiwan in testa valgono circa il 40% dell’interscambio americano. Un blocco anche parziale significherebbe catene di approvvigionamento spezzate e prezzi in salita: più inflazione, cioè l’esatto contrario di ciò che servirebbe per ottenere i tagli invocati.

È il cortocircuito perfetto: l’arma scelta per costringere la Fed a tagliare renderebbe il taglio impossibile. E i mercati lo hanno capito subito dopo il post e il report sul lavoro, la probabilità di un rialzo di 25 punti base al FOMC del 16 settembre è balzata dal 49,4% al 60,4% in un giorno, con l’intervallo dei Fed Funds oggi al 3,50-3,75%.

La storia, del resto, ammonisce: nessun presidente americano aveva mai condizionato il commercio estero alla politica monetaria. Nemmeno Nixon, che pure piegò la Fed di Arthur Burns negli anni Settanta e quel precedente finì con l’inflazione a doppia cifra e un decennio perduto per i mercati.

Perché proprio ora: la settimana decisiva

Tre appuntamenti rendono le prossime due settimane un campo minato. L’11 settembre arriva il CPI di agosto, l’ultimo dato sull’inflazione prima della decisione: un numero caldo blinderebbe il rialzo, uno freddo riaprirebbe i giochi. Il 15-16 settembre si riunisce il FOMC, con l’annuncio alle 20:00 italiane del 16 e la conferenza stampa di Warsh mezz’ora dopo.

Sullo sfondo, la variabile più imprevedibile: se Trump passasse dalle parole agli ordini esecutivi sul commercio, l’impatto su catene di fornitura e prezzi cambierebbe da solo l’aritmetica dell’inflazione e quindi la traiettoria dei tassi.

Infine c’è il paradosso più affilato di tutti: lo scontro istituzionale più duro degli ultimi decenni non è tra un presidente e la Fed di un avversario, ma tra un presidente e l’uomo che lui stesso ha nominato. Non è la solita schermaglia politica — è la prova di quanto la banca centrale americana sia disposta a difendere la propria indipendenza.

Cosa guardare nelle prossime settimane

Per capire chi avrà ragione, i segnali da monitorare sono pochi e precisi: il CPI dell’11 settembre; la decisione FOMC del 16 e il tono di Warsh in conferenza; l’eventuale escalation di Trump dagli annunci agli atti formali; e, sopra ogni cosa, la reazione di dollaro e Treasury, il vero termometro della credibilità della Fed.

Uno scontro tra Casa Bianca e banca centrale non è mai solo cronaca politica: è il tipo di frattura istituzionale che i mercati prezzano lentamente, e poi tutto insieme. Quando il presidente minaccia il commercio mondiale per piegare la sua stessa Fed — e la sua stessa Fed risponde preparando un rialzo il minimo che un investitore possa fare è allacciare le cinture per il 16 settembre.

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