Microsoft sta per archiviare il suo peggior mese in borsa dal dicembre del 2000, in piena bolla delle dot-com. Le azioni del colosso di Redmond sono sprofondate del 20% dall’inizio del mese e del 35% rispetto ai massimi storici, polverizzando centinaia di miliardi di dollari di capitalizzazione in poche settimane. Ma cosa sta spingendo gli investitori a liquidare massicciamente una delle aziende più solide e redditizie al mondo?
La crisi attuale non deriva da un calo delle vendite, bensì dagli immensi costi infrastrutturali legati all’espansione dell’Intelligenza Artificiale. I fondamentali dell’azienda, paradossalmente, restano eccellenti: nell’ultimo trimestre, i ricavi totali sono balzati del 18,3% e il segmento cloud ha registrato una crescita del 29%. Tuttavia, a terrorizzare il mercato è l’incredibile spesa in conto capitale (CapEx) stimata per l’anno fiscale 2026, che sfiora i 190 miliardi di dollari, segnando un aumento del 60% su base annua. Questa massiccia emorragia di liquidità per l’acquisto di server e chip di memoria ha fatto contrarre il flusso di cassa libero aziendale del 10%. Gli azionisti istituzionali, abituati a considerare Microsoft una “macchina stampa-soldi” capace di garantire dividendi costanti e riacquisti di azioni, si trovano ora a dover finanziare una pesantissima transizione infrastrutturale dai ritorni futuri ancora incerti.

A infiammare ulteriormente il clima è arrivata anche la mossa legale di un fondo pensione del Michigan, che ha depositato una class action contro i vertici di Microsoft. L’accusa è quella di aver gonfiato artificialmente il valore del titolo, promuovendo in modo aggressivo l’AI e omettendo di comunicare tempestivamente i reali costi operativi e il fisiologico rallentamento del business cloud Azure.
Il nodo dei costi si estende in modo preoccupante anche all’utilizzo pratico del software. L’intera industria sta scoprendo che i nuovi modelli di fatturazione dell’AI, basati sul consumo variabile di “token”, rischiano di prosciugare i budget. Un caso emblematico di queste settimane è quello di Uber, che ha bruciato l’intero budget previsto per gli strumenti di codifica AI dell’intero 2026 in appena quattro mesi, con spese che hanno raggiunto i 2.000 dollari mensili per singolo ingegnere a causa del massiccio (e riuscito) utilizzo della tecnologia. La situazione è diventata talmente complessa che persino la stessa Microsoft è stata costretta a revocare ai dipendenti di alcune sue divisioni primarie l’accesso a costosi strumenti AI concorrenti, come Claude Code, per contenere le spese interne.
Il quadro si complica se si osserva il mutato scenario macroeconomico americano. Sotto la nuova guida del Presidente Kevin Warsh, la Federal Reserve ha adottato una linea rigorosa e inflessibile contro l’inflazione, eliminando del tutto la “forward guidance”, ovvero le rassicurazioni anticipate ai mercati sulle future mosse monetarie. Con tassi di interesse destinati a rimanere più alti a lungo, il mercato penalizza duramente le aziende costrette a massicci investimenti immediati.

Nonostante la pioggia di vendite, per molti operatori il crollo rappresenta un’opportunità di ingresso irripetibile. Il celebre e solitamente pessimista investitore Michael Burry ha recentemente scommesso sul rialzo a lungo termine di Microsoft acquistando opzioni con scadenza al 2028, fornendo un inatteso supporto psicologico agli acquirenti. Diversi analisti concordano che le basi aziendali siano intatte e che l’attuale rapporto prezzo/utili di circa 22x, nettamente inferiore alla media del settore software, renda il titolo particolarmente allettante dopo questa brutale correzione.
Il tonfo di Microsoft non sancisce affatto la fine della rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale, ma ne segna il doloroso ingresso in una fase più matura: quella in cui Wall Street non si accontenta più del potenziale visionario, ma esige ritorni misurabili e un rigoroso controllo dei costi.





