Il nuovo rapporto DESA rivede al ribasso la crescita al 2,5% e avverte: nello scenario peggiore si potrebbe scendere al 2,1%, ai minimi del secolo. Le economie in via di sviluppo pagano il conto più salato.
Il fumo dei conflitti in Medio Oriente non brucia soltanto infrastrutture ed esistenze umane: sta incendiando anche i bilanci dell’economia mondiale. È questo il messaggio, inequivoco e preoccupato, che arriva dal Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove il Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali (DESA) ha pubblicato il rapporto di metà anno “World Economic Situation and Prospects as of mid-2026”.
Secondo il documento, la crescita del PIL mondiale è stata rivista al ribasso al 2,5% per il 2026, contro il 2,7% stimato a gennaio e ben sotto la media pre-pandemica del 3,2%. Non è una limatura tecnica: è una revisione che racconta come le onde del conflitto si propaghino ben oltre la regione epicentro, investendo supply chain, prezzi energetici e fiducia dei mercati globali.

L’incertezza come freno strutturale
A presentare il rapporto ai giornalisti sono stati Shantanu Mukherjee, direttore della Divisione di Analisi Economica e Politica dell’ONU DESA, e Ingo Pitterle, senior economist e responsabile del Global Economic Monitoring Branch. Il tono è stato di allerta misurata, ma il contenuto è tutt’altro che rassicurante: persino il 2,5% potrebbe rivelarsi un’ipotesi ottimistica. In uno scenario più avverso – quello in cui il conflitto si prolunga, i prezzi energetici rimangono alti e le tensioni commerciali si intensificano – la crescita globale potrebbe crollare fino al 2,1%, uno dei livelli più bassi registrati dall’inizio del secolo, pandemia esclusa.
«L’incertezza stessa è un freno significativo per l’economia globale», hanno spiegato gli esperti durante il briefing, sottolineando come governi e mercati si trovino a operare in un quadro sempre più imprevedibile. L’effetto paralizzante dell’incertezza non è meno reale di una tassa o di un dazio: blocca gli investimenti, ritarda le decisioni, comprime i consumi.
Il nodo energetico e la catena degli effetti
Al cuore del problema c’è l’energia. Le interruzioni delle forniture, l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, i costi crescenti dei trasporti marittimi e delle assicurazioni stanno producendo effetti a cascata lungo le catene di approvvigionamento globali. Il risultato è un’inflazione che rialza la testa proprio quando sembrava avviata verso la normalizzazione: le previsioni per il 2026 indicano pressioni sui prezzi sensibilmente più elevate rispetto a quanto atteso a inizio anno, con l’energia che fa da traino a tutto il paniere.
In Europa, i dati più recenti confermano il quadro: l’inflazione dell’area euro ad aprile è salita al 3,0%, con la componente energetica in accelerazione del 10,9%. La Banca Centrale Europea ha scelto la pausa, con i tassi fermi dal 30 aprile, ma il dilemma tra contenere i prezzi e non soffocare una crescita già fiacchissima – l’Eurozona ha segnato appena +0,1% nel primo trimestre – non è affatto risolto.
Asia Occidentale e paesi poveri: chi paga di più
L’area più devastata è, naturalmente, quella più vicina al conflitto. La crescita economica dell’Asia Occidentale dovrebbe crollare dal 3,6% del 2025 all’1,4% nel 2026: non solo per lo shock energetico, ma anche per i danni diretti alle infrastrutture, il collasso del turismo e le interruzioni nella produzione petrolifera delle regioni coinvolte.
Più in generale, secondo il DESA, le economie in via di sviluppo stanno sopportando il peso maggiore della crisi. Gli esperti dell’ONU hanno parlato senza mezzi termini di una «divergenza pronunciata» tra paesi ricchi e paesi poveri: mentre le grandi economie dispongono ancora di riserve energetiche, capacità fiscale e strumenti di intervento, molti Stati emergenti hanno margini ridotti al minimo. Il calo degli aiuti internazionali e il peso crescente del debito stanno erodendo gli investimenti in sanità, istruzione e protezione sociale, rischiando di vanificare anni di progressi verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.
In economia, come ha ricordato con pragmatismo un economista del DESA durante il briefing, «ci sono sempre vincitori e perdenti». E in questo scenario i vincitori più evidenti sono le grandi compagnie petrolifere. Sei major europee del settore energetico hanno registrato nel primo trimestre del 2026 profitti complessivi pari a 22 miliardi di dollari, il 43% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Una stagione d’oro costruita sull’instabilità altrui.

Gli Stati Uniti restano in piedi, l’Europa fatica
Non tutto il mondo presenta la stessa esposizione. Gli Stati Uniti si mantengono relativamente resilienti con una crescita prevista intorno al 2%, sostenuta dai consumi interni e dagli investimenti nell’intelligenza artificiale. La Cina, pur rallentando, assorbe parte dell’urto con misure di stimolo. L’Europa è invece la grande vulnerabile: importatrice netta di energia, priva di leve fiscali significative dopo anni di consolidamento dei conti pubblici, con una BCE che cammina sul filo tra lotta all’inflazione e sostegno alla crescita. Per l’Italia, inchiodata allo 0,5% di crescita secondo le stime di aprile del Fondo Monetario Internazionale, il quadro è particolarmente preoccupante.
Il rapporto si chiude con un appello al multilateralismo che, in un’epoca di frammentazione geopolitica, suona quasi controcorrente: commercio aperto, maggiore cooperazione internazionale, nuovi strumenti per affrontare la crisi del debito globale. Senza cooperazione internazionale, avverte il testo, una guerra regionale rischia di trasformarsi in un freno strutturale alla prosperità globale. Un monito che risuona e che i prossimi mesi misureranno alla prova dei fatti.






