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Musk contro OpenAI: la battaglia del secolo finisce in meno di due ore

Mag 19, 2026 | Aziende

Oakland, California. Tre settimane di processo. Undici giorni di testimonianze. I nomi più potenti della Silicon Valley sul banco dei testimoni. E poi, in meno di due ore di camera di consiglio, tutto è finito. La giuria del tribunale federale di Oakland ha archiviato la causa con cui Elon Musk puntava a smantellare l’impero di Sam Altman con una motivazione secca: l’uomo più ricco del mondo aveva aspettato troppo a lungo per fare causa.

La sentenza: una questione di tempo, non di merito

Il verdetto unanime dei nove giurati non ha toccato il cuore della disputa, se Sam Altman e Greg Brockman avessero davvero tradito la missione originaria di OpenAI trasformandola da fondazione no-profit in un colosso commerciale da 850 miliardi di dollari. La giuria si è fermata prima, su una questione procedurale che ha fatto crollare l’intero castello accusatorio: la prescrizione.

Musk aveva intentato causa nell’agosto del 2024, quattro anni dopo la sua ultima donazione a OpenAI. Il problema, secondo i giurati, è che la legge californiana prevede un termine di tre anni per questo tipo di azioni, e le prove emerse durante il processo indicano che Musk fosse consapevole della svolta commerciale di OpenAI già dal 2021. La giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers ha adottato immediatamente il verdetto consultivo della giuria, archiviando il caso e respingendo anche le accuse contro Microsoft, accusata di aver agevolato la presunta violazione del trust benefico tramite i propri investimenti miliardari in OpenAI.

“Non è una decisione tecnica, è una decisione sostanziale”, ha dichiarato William Savitt, l’avvocato capo di OpenAI, ai giornalisti fuori dall’aula. “Dice: hai presentato le tue accuse troppo tardi, e lo hai fatto perché le tenevi in serbo come arma di un concorrente che non riesce a competere sul mercato.”

Una storia di amicizia, tradimento e miliardi

Per capire cosa è andato in scena nell’aula di Oakland bisogna tornare al 2015, quando Musk era tra i fondatori di OpenAI insieme ad Altman, Brockman e altri, con una donazione complessiva di 38 milioni di dollari e una missione dichiarata: sviluppare l’intelligenza artificiale “per il bene dell’umanità”, al riparo dalle logiche di profitto. Tre anni dopo, nel 2018, Musk lasciò il consiglio di amministrazione, le versioni su perché divergono radicalmente.

La versione di Musk è quella di un uomo deluso, che vede i suoi soldi e il suo progetto ideale trasformati in un’azienda orientata al profitto personale di Altman e Brockman. “Si sono arricchiti rubando una fondazione”, ha ripetuto più volte, chiedendo un risarcimento da 150 miliardi di dollari che, secondo i suoi avvocati, avrebbe destinato ad attività benefiche. Sul banco dei testimoni, Musk ha spiegato di non aver presentato causa prima perché continuava a ricevere rassicurazioni da Altman: “Pensare che qualcuno possa rubarti la macchina non è lo stesso che rubarla davvero.”

La versione di OpenAI è diametralmente opposta. I legali della società hanno mostrato messaggi e documenti che indicano come Musk stesso, quando era ancora coinvolto, avesse ipotizzato strutture a scopo di lucro, a condizione di mantenerne il controllo. Avrebbe addirittura proposto di fondere OpenAI in Tesla. Quando queste proposte non furono accettate, Musk uscì. E quando, nel 2023, fondò il proprio laboratorio di intelligenza artificiale xAI, oggi parte di SpaceX, e vide il valore di OpenAI salire alle stelle, presentò la causa. “Un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente”, ha detto Savitt.

Il processo-spettacolo della Silicon Valley

Le tre settimane di udienza hanno trasformato l’aula di Oakland in un palcoscenico insolito per la tech industry, abituata a risolvere le proprie battaglie lontano dai riflettori. Hanno sfilato come testimoni Altman, Brockman, Musk stesso e il CEO di Microsoft Satya Nadella, che ha dovuto rispondere di un investimento nella partnership con OpenAI che, secondo le testimonianze, supererebbe i 100 miliardi di dollari.

Uno dei momenti più sorprendenti è stato quando Altman, interrogato dall’accusa, ha ammesso di aver valutato l’idea di candidarsi come governatore della California. Un dettaglio marginale rispetto alla causa, ma emblematico dell’atmosfera: più che un processo, una guerra per immagine tra due visioni dell’intelligenza artificiale, e due ego, che si contendono il futuro del settore.

Le conseguenze: l’IPO è libera, l’appello è nell’aria

La vera posta in gioco non era solo nei 150 miliardi di risarcimento chiesti da Musk. Se avesse vinto, OpenAI avrebbe potuto essere costretta a riportare il capitale azionario sotto il controllo della fondazione no-profit, rimuovere Altman e Brockman dalla leadership e bloccare la prevista IPO, una quotazione in Borsa che punta a valutare la società attorno ai mille miliardi di dollari entro la fine del 2026. Una minaccia esistenziale, di fatto.

Con il verdetto di ieri, quella nuvola si è dissolta. OpenAI ha raccolto recentemente 122 miliardi di dollari a una valutazione di 852 miliardi, il cammino verso Wall Street è ora libero da ostacoli legali immediati, e Altman può presentare agli investitori una storia societaria finalmente pulita.

Musk, invece, non ha alcuna intenzione di fermarsi. Su X ha definito la decisione una “questione di calendario”, una tecnicità, e ha annunciato l’appello. Ha attaccato anche la giudice Gonzalez Rogers, chiamandola “attivista”, accusandola di aver creato “un precedente pericoloso” che autorizzerebbe il saccheggio delle fondazioni benefiche. Il suo avvocato Marc Toberoff ha riassunto la posizione con una sola parola davanti alle telecamere: “Appello.”

La stessa giudice, tuttavia, ha raffreddato gli entusiasmi di Musk: il fatto che la giuria abbia stabilito quando Musk era a conoscenza dei fatti – una questione fattuale, non giuridica – rende la strada dell’appello particolarmente in salita.

Il merito che non è stato giudicato

C’è un’ironia in tutto questo. La domanda che ha tenuto in sospeso il settore tech per mesi: OpenAI ha tradito la propria missione originaria? non ha ancora una risposta giudiziaria. Il processo si è concluso senza che nessuno esaminasse se il passaggio al modello for-profit fosse lecito o meno, se le donazioni di Musk fossero vincolate o libere, se Altman abbia agito in buona fede o meno.

L’avvocato di Musk, Toberoff, ha lanciato un avvertimento più ampio: questa sentenza potrebbe diventare un modello per qualsiasi startup nata come no-profit che voglia trasformarsi in un’azienda commerciale senza troppe conseguenze legali. “È una formula nuova per la Silicon Valley”, ha detto. E in un settore dove i confini tra missione ideale e appetito commerciale sono sempre più sottili, la domanda su chi controlli davvero l’intelligenza artificiale – e per conto di chi – rimane aperta, e non la risolverà nessuna giuria.

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