Il primo trimestre del 2026 è stato uno dei periodi più turbolenti e trasformativi per i mercati energetici globali, ma Saudi Aramco si è eretta a protagonista indiscussa di questa tempesta. In un contesto dominato dalla grave crisi geopolitica scatenata dalla guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran, il colosso petrolifero di Stato saudita ha riportato risultati finanziari straordinari. L’azienda ha annunciato un utile netto rettificato di 33,6 miliardi di dollari (circa 126 miliardi di riyal) per il primo trimestre, segnando un balzo del 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e superando nettamente le stime degli analisti.
A trainare questi numeri non è stato un aumento della produzione, bensì una drammatica crisi dell’offerta che ha distorto i mercati. A partire da marzo, in risposta alle ostilità, l’Iran ha imposto la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, un vero e proprio collo di bottiglia vitale per il commercio internazionale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha definito l’evento come “la più grande interruzione di fornitura nella storia del mercato petrolifero”, una situazione che ha fatto schizzare il prezzo del greggio Brent al rialzo del 43% nel solo mese di marzo, spingendolo oltre la soglia dei 100 dollari al barile.

Mentre altre potenze regionali del Golfo, come il Kuwait e il Qatar, sono state costrette a chiudere gran parte della loro produzione a causa della quasi totale dipendenza dalle rotte marittime bloccate, l’Arabia Saudita ha giocato il suo asso nella manica strategico. Aramco ha dirottato massicci flussi di greggio verso la Petroline, l’oleodotto Est-Ovest che attraversa il Paese fino alla costa sicura del Mar Rosso. L’amministratore delegato, Amin Nasser, ha confermato che l’infrastruttura è stata spinta alla sua capacità tecnica massima assoluta di 7 milioni di barili al giorno. Grazie a questo bypass e alle esportazioni instradate dal porto di Yanbu, l’azienda è riuscita ad attenuare lo shock globale, eludendo la zona di guerra e vendendo il proprio petrolio a prezzi gonfiati.
Tuttavia, il trionfo contabile dei primi tre mesi si scontra con le gravi incognite dei mesi a venire. Marzo è stato solo l’inizio dell’emergenza: con diplomazia ancora in stallo sul blocco di Hormuz, l’impatto sul secondo trimestre (Q2) minaccia di essere implacabile. Guardando al futuro, i vertici aziendali hanno lanciato un allarme cupo. Sebbene Aramco preveda di poter continuare a garantire circa il 70% del proprio output abituale sfruttando il Mar Rosso, lo stesso CEO Amin Nasser ha avvertito esplicitamente che una prolungata chiusura dello Stretto porterà a “conseguenze catastrofiche” per il mercato energetico e causerà danni “drastici” a tutta l’economia mondiale.

È proprio questa proiezione ai limiti della sostenibilità che spiega il paradosso finanziario registrato sui mercati asiatici. A differenza delle piazze occidentali, la Borsa saudita (il Tadawul) è operativa dalla domenica al giovedì. In giornata, nonostante l’annuncio di utili record e di un maxi-dividendo trimestrale da 21,9 miliardi di dollari, le azioni di Saudi Aramco (ticker 2222) non hanno festeggiato.
La reazione immediata della borsa riflette la prudenza degli investitori. I mercati hanno incassato la notizia del profitto record come il frutto di una congiuntura ormai passata. Il rischio concreto che la trappola di Hormuz strozzi del tutto l’economia regionale nei trimestri successivi ha chiaramente avuto la meglio sull’entusiasmo per gli utili di oggi.






