Washington, D.C. – L’audizione di conferma al Senato per Kevin Warsh, il banchiere scelto dal Presidente Donald Trump per guidare la Federal Reserve, si è trasformata martedì 21 aprile 2026 in un acceso scontro politico e finanziario. Tra promesse di una “rivoluzione” della politica monetaria, la strenua difesa della propria indipendenza e le polemiche su un patrimonio personale opaco che sfiora i 200 milioni di dollari, il cammino di Warsh verso la banca centrale più potente del mondo appare in forte salita.
La questione dell’indipendenza e lo scontro con i Democratici
Il tema centrale della mattinata davanti alla Commissione Bancaria è stata la reale indipendenza di Warsh dalle pressioni della Casa Bianca. Trump non ha mai fatto mistero di desiderare un taglio aggressivo dei tassi di interesse e ha ripetutamente attaccato l’attuale presidente Jerome Powell, minando la storica autonomia dell’istituzione. Warsh ha tentato di rassicurare i mercati e i legislatori: “Il presidente non mi ha mai chiesto di predeterminare, impegnarmi, fissare o decidere alcuna decisione sui tassi di interesse in nessuna delle nostre discussioni, né avrei mai accettato di farlo”, ha dichiarato sotto giuramento.

Le sue rassicurazioni non hanno però convinto l’opposizione. La senatrice democratica Elizabeth Warren ha guidato un attacco frontale, definendo Warsh “il burattino prescelto” di Trump e avvertendo che la sua nomina rappresenta “un invito alla corruzione e alla catastrofe economica”. L’audizione si inserisce in un clima istituzionale rovente: l’amministrazione Trump ha in corso un’indagine penale del Dipartimento di Giustizia contro lo stesso Powell per i costi di ristrutturazione della sede della Fed, ed è in attesa di una storica pronuncia della Corte Suprema sul tentativo del Presidente di licenziare la governatrice Lisa Cook.
Il “cambio di regime” monetario
Allontanandosi dalle schermaglie politiche, Warsh ha delineato una visione macroeconomica radicalmente diversa per il futuro della Fed, invocando riforme strutturali e un vero e proprio “cambio di regime”. Ha duramente criticato gli “errori politici fatali” commessi dalla banca centrale nel 2021 e 2022 nel valutare e gestire l’inflazione, proponendo un “nuovo framework” per la stabilità dei prezzi.
Tra le riforme più dirompenti, Warsh intende limitare drasticamente la “forward guidance”, ovvero la pratica di comunicare ai mercati le mosse future sui tassi, ritenendo che crei “compiacenza ed errori di prezzo”. Ha inoltre espresso la ferma intenzione di sgonfiare l’enorme bilancio della Fed (oggi a quota 6.680 miliardi di dollari), sostenendo che l’aggiustamento del costo del denaro tramite i tassi di interesse sia uno strumento “più equo” per l’intera economia rispetto ai programmi di acquisto massiccio di obbligazioni, che “aiutano sproporzionatamente coloro che possiedono asset finanziari”.

Il nodo dei conflitti d’interesse: un banchiere da 200 milioni
A pesare sulla candidatura di Warsh è anche il suo imponente e intricato portafoglio finanziario. I moduli informativi presentati all’Ufficio per l’Etica Governativa (OGE) rivelano asset personali stimati tra i 131 e i 226 milioni di dollari, che lo renderebbero il presidente della Fed più ricco della storia moderna.
Sotto i riflettori è finito in particolare il Juggernaut Fund LP, in cui Warsh detiene due investimenti da oltre 50 milioni ciascuno. Il fondo è intimamente legato al family office del magnate di Wall Street Stanley Druckenmiller, dal quale il candidato ha ricevuto anche 10,2 milioni di dollari in pure consulenze. La senatrice Warren ha incalzato Warsh per il rifiuto di rivelare gli asset sottostanti di questi fondi (schermati da accordi di non divulgazione), arrivando a domandare esplicitamente se vi fossero nascosti legami con aziende di Trump, società cinesi o veicoli di finanziamento vicini a Jeffrey Epstein.
Sebbene Warsh si sia formalmente impegnato a vendere tutti gli asset problematici prima di assumere l’incarico, l’enorme e capillare esposizione del suo portafoglio all’intero ecosistema delle criptovalute e della finanza decentralizzata (DeFi) solleva interrogativi sulla capacità di legiferare oggettivamente su un settore in cui fino a ieri era ampiamente investito.

Mercati in calo e una nomina in stallo
La reazione degli investitori alle dichiarazioni di Warsh è stata tutt’altro che entusiasmante. I principali indici azionari statunitensi, tra cui l’S&P 500 e il Nasdaq, hanno chiuso in ribasso di circa mezzo punto percentuale, con i rendimenti dei titoli del Tesoro decennali balzati verso l’alto a causa delle prospettive di una chiusura dei rubinetti della Fed e della riduzione del suo bilancio. A complicare l’umore a Wall Street sono intervenute le crescenti tensioni geopolitiche per lo stallo dei colloqui di pace tra USA e Iran, che hanno innescato un balzo del prezzo del petrolio di oltre il 3%.
Nonostante la designazione presidenziale, l’insediamento di Warsh rimane in bilico. Il senatore repubblicano della Carolina del Nord, Thom Tillis, si è detto pronto a congelare la nomina in commissione finché il Dipartimento di Giustizia non chiuderà l’indagine giudicata pretestuosa contro l’attuale presidente Jerome Powell. Con i senatori Democratici compatti nel loro “no”, l’ostruzionismo di un singolo Repubblicano creerebbe un pareggio (12-12), sbarrando la strada al voto dell’aula plenaria. A conferma dell’incertezza, i mercati predittivi scommettono ora solo al 33% (in calo rispetto all’85% precedente all’audizione) sulla possibilità che Warsh possa iniziare regolarmente il suo mandato a metà maggio.







