La Federal Reserve americana ha chiuso il 2025 certificando una perdita operativa annuale di 18,5 miliardi di dollari che porta il deficit totale degli ultimi tre anni alla cifra astronomica di 210 miliardi. Un passivo che sta scatenando una tempesta politica a Washington, privando le casse del Tesoro americano di fondi vitali e sollevando interrogativi scomodi su chi stia realmente beneficiando delle attuali politiche monetarie.
I bilanci certificati e revisionati rilasciati mercoledì non lasciano spazio a interpretazioni. Dopo aver registrato perdite monstre per 114,3 miliardi di dollari nel 2023 e 77,6 miliardi nel 2024, la banca centrale statunitense ha aggiunto alla lista altri 18,5 miliardi di perdite operative nette nel 2025 (cifra che sale a 19,6 miliardi se si considerano le metriche di perdita complessiva). Sebbene il dato indichi un netto miglioramento rispetto alla voragine dei due anni precedenti, sancisce inesorabilmente il terzo anno consecutivo in territorio negativo per un’istituzione che, storicamente e fino al 2022, generava profitti costanti per circa 80-100 miliardi all’anno da riversare ai contribuenti.
L’ammontare cumulato delle perdite nel triennio si attesta ora a ridosso dei 210 miliardi di dollari. Un colpo durissimo, che si accompagna a un’ulteriore ombra sul bilancio: perdite non realizzate (potenziali) per ben 844,2 miliardi di dollari sul gigantesco portafoglio di titoli di Stato e mutui ipotecari (MBS) detenuto dall’istituto.
La trappola dei tassi
Ma come fa la banca centrale più potente del mondo, che letteralmente ha il potere di “stampare moneta”, a perdere così tanto denaro? La risposta risiede in un cortocircuito tecnico scatenato dalla lotta all’inflazione.

Durante la pandemia di COVID-19, la Fed ha acquistato migliaia di miliardi di dollari in obbligazioni per sostenere un’economia in caduta libera, inondando i conti delle banche commerciali di liquidità. Questi titoli, acquistati quando il costo del denaro era a zero, rendono oggi alla Fed tassi di interesse mediamente molto bassi (spesso inferiori al 2,5%). Tuttavia, per frenare l’impennata inflazionistica partita nel 2022, la Federal Reserve ha dovuto alzare drasticamente i tassi di interesse a breve termine.
Per mantenere il controllo su questi tassi e impedire che l’enorme massa di liquidità inondasse l’economia, la Fed è obbligata a remunerare le riserve parcheggiate dalle banche private nei suoi forzieri. Nonostante i moderati tagli avvenuti nel 2025, la banca centrale si è trovata a pagare in media un interesse del 3,65% annuo a questi istituti.
Il risultato è un’equazione spietata: la Fed incassa poco dai suoi vecchi investimenti e paga cifre esorbitanti sulle sue passività. Nel solo anno solare 2025, la Federal Reserve ha staccato assegni per ben 167 miliardi di dollari esclusivamente per pagare gli interessi alle grandi banche e istituzioni finanziarie. Per molti analisti e politici, si tratta di un gigantesco “sussidio di Stato” privo di qualsiasi rischio, bonificato direttamente nei bilanci di Wall Street mentre i cittadini americani comuni continuano a ricevere rendimenti prossimi allo zero sui loro modesti risparmi.
L’artificio contabile
Qualsiasi banca commerciale privata con un capitale sociale riportato di soli 46 miliardi di dollari e perdite cumulative per 210 miliardi porterebbe i libri in tribunale. La Fed, però, opera con regole diverse.

Per mascherare questa voragine ed evitare l’insolvenza tecnica, la banca centrale americana utilizza un escamotage contabile previsto dai suoi statuti: l’iscrizione a bilancio di un “attività differita” (deferred asset). Questo strumento contabile, che alla fine del 2025 ha raggiunto la vetta vertiginosa di 243 miliardi di dollari, rappresenta una sorta di “pagherò” verso se stessa. In sostanza, equivale all’ammontare esatto di profitti futuri che la Fed dovrà trattenere per coprire le perdite passate prima di poter riprendere i suoi regolari versamenti allo Stato.
Ed è proprio qui che il problema tecnico si trasforma in una crisi fiscale. L’assenza delle storiche rimesse della Fed (che nel 2021 avevano toccato la cifra record di 109 miliardi di dollari) priva il Dipartimento del Tesoro di un’entrata fondamentale.
Senza questi fondi, il governo federale è matematicamente costretto a emettere nuovo debito sui mercati internazionali per finanziare la propria spesa corrente. Questo avviene proprio nel momento in cui i tassi di interesse sono elevati, costringendo il Tesoro a pagare cedole più care e innescando un effetto moltiplicatore che aggrava drammaticamente la traiettoria del debito pubblico statunitense a lungo termine.
Le conseguenze politiche
In un clima di polarizzazione estrema, l’esorbitante flusso di denaro verso le banche e le perdite pubbliche hanno trasformato la Federal Reserve nel bersaglio perfetto per i legislatori bipartisan e per l’amministrazione in carica.
A soffiare sul fuoco dell’indignazione populista ci ha pensato un progetto di ristrutturazione edilizia faraonico: il restyling delle due storiche sedi della Fed a Washington D.C., il cui costo è lievitato a circa 2,5 miliardi di dollari. Questa spesa, percepita come un affronto in tempi di crisi di bilancio, è costata cara al Presidente Jerome Powell, finendo al centro di un’indagine penale federale guidata dal Dipartimento di Giustizia (DOJ). Sebbene un giudice federale abbia recentemente respinto e invalidato i mandati di comparizione definendoli illegittimi, la sola esistenza di un’inchiesta penale ai danni del capo della Fed rappresenta uno strappo istituzionale senza precedenti.

Parallelamente, la nuova amministrazione Trump e le recenti istituzioni di sorveglianza, come il neonato Dipartimento per l’Efficienza Governativa, hanno descritto la struttura della Fed come “assurdamente in sovrannumero”, criticando l’incremento del 67% degli stipendi (aggiustato per l’inflazione) per il suo staff dal 2007 in avanti. Il Presidente Powell si è difeso duramente in Senato, definendo i dipendenti “forse sovraccarichi di lavoro, ma non in sovrannumero”.
La lunga e faticosa via d’uscita
Quando finirà l’emorragia? Non a breve. La buona notizia è che nel dicembre 2025 la Fed ha finalmente arrestato la contrazione attiva del proprio bilancio (il cosiddetto deflusso o runoff), iniziando ad acquistare circa 40 miliardi di dollari al mese in buoni del Tesoro a breve termine (T-bills) per stabilizzare la liquidità sui mercati.
Tuttavia, le proiezioni per il 2026 rimangono severe. A causa del livello ancora elevato dei tassi sui federal funds, si stima che la Fed dovrà comunque sborsare tra i 125 e i 175 miliardi di dollari in interessi al sistema bancario durante l’anno in corso.
Il tanto atteso ritorno alla redditività strutturale, ovvero il momento in cui gli incassi torneranno a superare i costi operativi, è previsto dai modelli interni soltanto tra il 2026 e il 2027. Ma anche allora, ci vorranno svariati anni, forse quasi un decennio, affinché i nuovi profitti possano erodere l’immensa “attività differita” da 243 miliardi di dollari e far tornare i dividendi nelle casse dello Stato. Fino ad allora, la Federal Reserve dovrà navigare a vista nella peggiore crisi reputazionale e contabile della sua storia, cercando di difendere la sua sempre più fragile indipendenza politica.







