Una mossa storica per il colosso di Cupertino. A partire da domenica 15 marzo 2026, Apple ha ufficialmente ridotto le spesso criticate commissioni del suo App Store all’interno della Cina continentale. La decisione segna un punto di svolta fondamentale nel secondo mercato più importante per l’azienda californiana e rappresenta una rara, ma calcolata, concessione alle autorità locali.
I dettagli del taglio
Il cambiamento tariffario interviene su diversi livelli dell’ecosistema iOS e iPadOS. La commissione standard, applicata sugli acquisti di app a pagamento e sulle transazioni in-app, è scesa dal 30% al 25%.
Ancora più significativo è il taglio riservato agli sviluppatori aderenti allo “Small Business Program” e al “Mini Apps Partner Program”: per loro la trattenuta passa dal 15% al 12%. Quest’ultima categoria è cruciale in Cina, poiché include le popolarissime “mini-app” che operano all’interno di super-piattaforme come WeChat (di Tencent) e Douyin (di ByteDance). Infine, l’aliquota del 12% si applicherà anche ai rinnovi degli abbonamenti successivi al primo anno.
L’ombra dell’Antitrust e le pressioni di Pechino
Nei suoi comunicati, Apple ha mantenuto un tono diplomatico, giustificando i nuovi tassi come il risultato di “discussioni con il regolatore cinese” e ribadendo l’impegno a offrire condizioni trasparenti ed eque. Tuttavia, dietro le quinte, il motore di questa manovra è stata la crescente pressione della State Administration for Market Regulation (SAMR) di Pechino.
A inizio anno, le indiscrezioni su una possibile e imminente indagine antitrust da parte della SAMR sulle pratiche commerciali dell’App Store avevano fatto tremare i mercati, causando un calo del 5% delle azioni Apple. Di fronte al rischio di uno scontro frontale in un mercato che vale il 18% dei suoi ricavi globali, Cupertino ha preferito la via del compromesso.
L’impatto economico: un risparmio da oltre 800 milioni di dollari
L’industria tecnologica cinese ha accolto la notizia con entusiasmo. Tencent ha dichiarato che la mossa ha “entusiasmato l’industria”, mentre NetEase l’ha definita una situazione “vantaggiosa per tutti”.
Le ricadute finanziarie saranno massicce. Secondo le stime del quotidiano statale Economic Daily, questa riduzione tariffaria permetterà agli sviluppatori di risparmiare oltre 6 miliardi di yuan all’anno, equivalenti a circa 873 milioni di dollari in costi operativi. Inoltre, i media statali cinesi prevedono che questo risparmio si tradurrà rapidamente in un vantaggio per i consumatori, portando a una deflazione dei prezzi per gli abbonamenti digitali, i potenziamenti nei videogiochi e le mance per i live-streaming.
Il divario con l’Europa: due pesi e due misure?
Il “modello cinese” adottato da Apple fa molto discutere se paragonato a quanto sta accadendo in Occidente. Negli Stati Uniti e in Europa, le pressioni normative hanno costretto l’azienda a concessioni ben diverse. Nell’Unione Europea, per sottostare al severo Digital Markets Act (DMA), Apple ha dovuto abbassare le commissioni in un range tra il 10% e il 17% e consentire l’esistenza di store di terze parti e sistemi di pagamento alternativi.
In Cina, invece, l’azienda ha applicato un taglio netto delle percentuali (25% e 12%) ma ha mantenuto saldamente chiuso il proprio circuito. Non vi è alcuna menzione alla possibilità per gli sviluppatori cinesi di eludere il sistema di pagamento proprietario o di installare app store alternativi. Apple ha scelto di cedere sui margini di profitto pur di preservare il controllo assoluto sulla propria infrastruttura in un mercato politicamente delicato.





